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	<title>Alberto Sanavia &#187; arte</title>
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		<title>Michele Marieschi e le fortune spezzate</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2023 16:34:20 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Misteri, fonti incerte e confusioni storiche. Quello di <strong>Michele Marieschi</strong> è il racconto di una vita meglio delineatasi nel tempo, riordinata e fuoriuscita lentamente da soffici e offuscate nuvole, come quelle da lui dipinte in diverse opere. Banalizzando, oggi lo si definisce brevemente “<em>pittore vedutista e incisore</em>”, ma solo la ricostruzione degli storici – nonostante le poche fonti a loro disposizione – è riuscita a collocarlo come tra i maggiori vedutisti del Settecento. </span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per questo, ribaltando il classico incedere delle biografie, è bene partire dalla fine.</span></p>
<div id="attachment_2162" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Punta-della-Dogana-e-San-Giorgio-Maggiore-1739-40.jpg"><img class="size-medium wp-image-2162" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Punta-della-Dogana-e-San-Giorgio-Maggiore-1739-40-300x187.jpg" alt="Michele Marieschi - Punta della Dogana e San Giorgio Maggiore (1739-40)" width="300" height="187" /></a><p class="wp-caption-text">Michele Marieschi &#8211; Punta della Dogana e San Giorgio Maggiore (1739-40)</p></div>
<p><span style="color: #000000;"><strong>LA MORTE, L’ALLIEVO, LA MOGLIE E LA MALEDIZIONE<br />
</strong>E’ il <strong>18 gennaio 1744</strong> (1743 more veneto) e Michele ha appena <strong>33 anni</strong>. Cinque giorni prima ha compilato il testamento. La sua morte è prematura anche per l’epoca, ma ancora oggi non se ne conosce la specifica ragione. La causa della sua scomparsa si attribuisce in maniera quasi filosofeggiante «per la troppa assiduità della fatica e lo studio soverchiamente intenso». Un po’ poco per comprendere quale malattia avesse invaso il suo corpo. A piangerlo c’è la moglie <strong>Aurola Zanetta Fontana</strong> (meglio conosciuta come Angela), con cui era convolata a nozze nel 1737. Figlia del pittore <strong>Domenico Fontana</strong>, si unì a Marieschi un anno dopo l’iscrizione dello stesso Michele alla Fraglia veneziana dei pittori, ossia al principio del suo massimo momento di splendore professionale (seppur per pochi anni). Alla morte di Marieschi, egli non è ancora così ricco come avrebbe meritato: non è un caso se il suo funerale sarà economicamente organizzato dalla moglie con l’assistenza del Capitolo dei pittori. </span></p>
<div id="attachment_2168" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Capriccio-con-edificio-gotico-e-obelisco.jpg"><img class="size-medium wp-image-2168" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Capriccio-con-edificio-gotico-e-obelisco-300x200.jpg" alt="Michele Marieschi - Capriccio con edificio gotico e obelisco" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Michele Marieschi &#8211; Capriccio con edificio gotico e obelisco</p></div>
<p><span style="color: #000000;"> Facendo un po’ di “<strong>gossip storico</strong>”, il 29 ottobre 1744, la vedova del Marieschi convola nuovamente a nozze con <strong>Francesco Albotto</strong>, definito nell’ambiente “il secondo Marieschi”. Quest’ultimo, anch’egli pittore, era appunto allievo del Marieschi. Che la simpatia tra la moglie del maestro e l’allievo sia nata prima o dopo la morte del Marieschi stesso non è dato a sapere e, ovviamente, rimarrà per sempre avvolto nel mistero. Quello che è certo, è che per Angela Fontana si trattava di una seconda chance offerta dalla vita. Un’opportunità, però, che sarà <strong>interrotta bruscamente dalla sfortuna</strong>. Infatti, dalla loro unione, il 29 novembre 1751 nasce Pietro Andrea Maria Albotto, che muore appena dieci giorni dopo. Angela Fontana si spegne il 31 dicembre dello stesso anno e così Albotto si risposa poco dopo con <strong>Giovanna Protesana</strong>. Ma questo idillio dura pochi anni in quanto, il 13 gennaio 1757, Francesco Albotto muore a sua volta a 36 anni a causa di «febre et congestioni di fegato». Una vera e propria <strong>maledizione</strong>.</span></p>
<div id="attachment_2163" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Veduta-fantastica-con-ponte.jpg"><img class="size-medium wp-image-2163" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Veduta-fantastica-con-ponte-300x194.jpg" alt="Michele Marieschi - Veduta fantastica con ponte" width="300" height="194" /></a><p class="wp-caption-text">Michele Marieschi &#8211; Veduta fantastica con ponte</p></div>
<p><span style="color: #000000;"><strong>JACOPO E MICHELE, LA CONFUSIONE STORICA<br />
</strong>Per molti anni le opere di Michele Marieschi saranno letteralmente confuse e attribuite a Jacopo Marieschi. I due condividevano il cognome, ma non la parentela. <strong>Jacopo Marieschi</strong>, allievo di <strong>Gaspare Diziani</strong>, nasce nel 1711 e la contemporaneità con Michele diviene oggetto di sfortunati scambi di persona. La confusione è oltremodo giustificabile dato che il Diziani collabora con entrambi. </span></p>
<div id="attachment_2169" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Cortile-di-palazzo-con-scale.jpg"><img class="size-medium wp-image-2169" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Cortile-di-palazzo-con-scale-300x205.jpg" alt="Michele Marieschi - Cortile di palazzo con scale" width="300" height="205" /></a><p class="wp-caption-text">Michele Marieschi &#8211; Cortile di palazzo con scale</p></div>
<p><span style="color: #000000;"> Michele Marieschi nasce l’<strong>1 dicembre 1710</strong> in <strong>Calle dei Caleri</strong> ai Servi a Venezia. E’ figlio di un modesto intagliatore di legno, Antonio, che lascia Michele <strong>orfano</strong> all’età di 11 anni. Difficile che il babbo gli abbia insegnato tutti i segreti dell’arte ed è qui che entrano in gioco non solo Gaspare Diziani, ma anche il nonno materno <strong>Antonio Meneghini</strong>, pittore che per mestiere è incaricato di creare scenografie teatrali. Non è un caso se nel 1731 l’impresario <strong>Francesco Tasso </strong>ordina al ventenne Michele la realizzazione della <strong>scenografia</strong> per il Carnevale Veneziano in piazza. E’ grazie all’<strong>influenza del teatro</strong> che riesce a differenziarsi dagli altri vedutisti, tanto da «portarsi in Germania, dove con la bizzarria e copia delle sue idee piacque a molti personaggi, che lo impiegarono in grandi e piccole operazioni». Qui non solo si specializza nella raffigurazione delle scene, ma anche a «progetti di fantastici edifici». </span><br />
<span style="color: #000000;"> Michele torna in Italia nel maggio del 1735, invitato a <strong>Fano</strong> per le onoranze funebri alla regina di Polonia, <strong>Maria Clementina Sobiesky</strong>. Come già detto in precedenza, nel 1736 è iscritto alla Fraglia dei pittori veneziani e fino al 1740 il collezionista J<strong>ohann Matthias von der Schulenburg</strong> acquista sei tele dell’artista. Per “Corte di Palazzo”<em>, </em>gli viene offerta la cifra eccezionale di 50 zecchini. A spingerlo verso queste conoscenze sono i “rapporti umani”, dato che la casa del collezionista <strong>Anton Maria Zanetti</strong> è frequentata dal pittore Sebastiano Ricci, conoscente della famiglia Marieschi e che di fatto fa da intermediario con von der Schulenburg. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Michele Marieschi ormai si definisce «pittore e architetto», utilizza le incisioni per rendere ancora più note le sue opere e nel 1741 arriva a pubblicare “<strong>Magnificentiores selectioresque Urbis Venetiarum prospectus</strong>”: 21 vedute da lui stesso intagliate intitolandole «prospettive scelte». </span><br />
<span style="color: #000000;"> La fama ormai è al massimo, ma giunge poco prima della morte.</span></p>
<div id="attachment_2164" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Santa-Maria-della-Salute.jpg"><img class="size-medium wp-image-2164" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Santa-Maria-della-Salute-300x196.jpg" alt="Michele Marieschi - Santa Maria della Salute" width="300" height="196" /></a><p class="wp-caption-text">Michele Marieschi &#8211; Santa Maria della Salute</p></div>
<p><span style="color: #000000;"><strong>LO STILE<br />
</strong>Quelle di Michele Marieschi sono spesso vedute che ritraggono personaggi dallo spiccato gusto teatrale. Il critico <strong>Antonio Morassi</strong> scrive: «pur partendo dai presupposti canalettiani, il Marieschi acquistò presto una sua fisionomia artistica individuale, un suo <strong>stile ben definito</strong>, che lo rende riconoscibile fra i tanti altri vedutisti veneziani del suo tempo». Egli “si distingue” e ciò fa la differenza. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Anche i suoi cieli sono «cilestrini e perlacei, come pervasi da vapori leggeri, qua e là cosparsi di nuvole vaghe, quasi batuffoli bambagiosi, appena distinte nell’atmosfera». </span></p>
<div id="attachment_2166" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Il-ponte-di-Rialto-da-Sud.jpg"><img class="size-medium wp-image-2166" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Il-ponte-di-Rialto-da-Sud-300x196.jpg" alt="Michele Marieschi - Il ponte di Rialto da Sud" width="300" height="196" /></a><p class="wp-caption-text">Michele Marieschi &#8211; Il ponte di Rialto da Sud</p></div>
<p><span style="color: #000000;">L’<strong>attenzione ai dettagli</strong> è massima e affronta le più svariate tematiche: dalle barche alle insenature di laghi, fiumi o lagune, rovine, castelli, case rustiche, villaggi lontani, obelischi, templi, minareti, monumenti, paesaggi alberati e atmosfere. Marieschi <strong>s’ispira a tutti per non essere nessuno</strong>: nelle sue composizioni si vedono reminescenze che ricordano Luca Carlevarijs, Canaletto, Francesco Guardi e Marco Ricci, solo per citarne alcuni. Fonde l’architettura col paesaggio, ma non si limita a una foto puramente architettonica, <strong>donando allo spettatore la vita pulsante di Venezia</strong>, capricci, giochi e rappresentazioni. </span></p>
<div id="attachment_2167" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Veduta-di-San-Marco-dalla-piazzetta-dei-leoncini.jpg"><img class="size-medium wp-image-2167" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-Veduta-di-San-Marco-dalla-piazzetta-dei-leoncini-300x214.jpg" alt="Michele Marieschi - Veduta di San Marco dalla piazzetta dei leoncini" width="300" height="214" /></a><p class="wp-caption-text">Michele Marieschi &#8211; Veduta di San Marco dalla piazzetta dei leoncini</p></div>
<p><span style="color: #000000;">Grazie allo sguardo si possono sentire i suoni perduti, gli odori dei caminetti e il chiacchierare di lavoratori, servi o nobili. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ad oggi si contano circa 200 opere complessive: un numero limitato rispetto a quanto Marieschi avrebbe potuto ancora dare, ma in misura sufficiente per averlo reso “grande” pur essendosene andato troppo presto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><em><span style="color: #000000;">Alberto Sanavia</span> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_2165" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-La-regata.jpg"><img class="size-medium wp-image-2165" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Michele-Marieschi-La-regata-300x218.jpg" alt="Michele Marieschi - La Regata" width="300" height="218" /></a><p class="wp-caption-text">Michele Marieschi &#8211; La Regata</p></div>
<p><u>Bibliografia:<br />
</u>Argentieri Giuseppe – Pittori veneti del ‘700 – Mondadori (1968)<br />
Bortoluzzi Valentina – Anton Maria Zanetti e il ruolo di promotore della cultura artistica del suo tempo – Tesi (2014)<br />
Brusegan Marcello – I personaggi che hanno fatto grande Venezia – Newton (2006)<br />
Fogolari Gino – Michele Marieschi pittore prospettico veneziano (1909)<br />
Galli Alessandro – Catalogo Porro Art consulting – Asta 54 (2009)<br />
Morassi Antonio – Circa gli esordi del vedutismo di Francesco Guardi con qualche cenno sul Marieschi (1959)<br />
Trastulli Federico &#8211; Dizionario Biografico degli Italiani &#8211; Volume 70 (2008)<br />
https://www.salamonfineart.it/bio.php?codice=82</p>
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		<title>Pietro Longhi e le tele di Giovanni Grimani</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jan 2022 16:16:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Nel 1838 lo storico Fapanni scrive all’amico artista Bosa, fornendo una descrizione di alcuni dipinti più o meno noti di Pietro Longhi, commissionati dal nobile Giovanni Grimani. Ecco il significato di queste opere, alcune finalmente &#8220;svelate&#8221;   E’ il 22 settembre 1838. Sul numero 38 della rivista “Il Vaglio – Antologia della letteratura periodica” si&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/pietro-longhi-e-le-tele-di-giovanni-grimani/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>Nel 1838 lo storico Fapanni scrive all’amico artista Bosa, fornendo una descrizione di alcuni dipinti più o meno noti di Pietro Longhi, commissionati dal nobile Giovanni Grimani. Ecco il significato di queste opere, alcune finalmente &#8220;svelate&#8221;<br />
</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;">E’ il 22 settembre 1838. Sul numero 38 della rivista “Il Vaglio – Antologia della letteratura periodica” si pubblica una preziosa lettera dello storico e letterato <strong>Francesco Scipione Fapanni</strong> (di Martellago ma la cui famiglia era originaria di Venezia). Questa è inviata all’amico pittore <strong>Eugenio Bosa</strong> (1807-1875), che iniziò la sua carriera come scultore per passare poi alla pittura con soggetto storico, specializzandosi nel costume veneziano. </span><br />
<span style="color: #000000;"> All’interno di questa missiva si descrivono 13 opere del pittore <strong>Pietro Longhi</strong>, originariamente conservate nella villa Grimani-Morosini e poi trasferite a Ca’ Rezzonico. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Secondo Fapanni, a ordinare tali tele al noto Pietro Longhi (1701-1785) fu “un patrizio delle primarie famiglie veneziane”, ossia <strong>Giovanni Grimani</strong>, “ritratto più volte nelle amichevoli conversazioni e nelle gioie di un viver signorile, scevro da cure e da tristezze”.</span></p>
<p><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Pietro-Longhi-pittore.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2121" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Pietro-Longhi-pittore-234x300.jpg" alt="Pietro Longhi pittore" width="234" height="300" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>IL BINOMIO GRIMANI-MOROSINI<br />
</strong>Elisabetta Morosini (sposata con Paolo Gattenburg), era nipote di Maria Loredana, figlia di Giovanni Grimani del ramo dei Servi e moglie di Francesco Morosini del ramo di Santo Stefano. Le tele saranno ereditate quindi dalla contessa Loredana Morosini-Gattenburg. La sorella di Giovanni Grimani si chiamava Elisabetta e nel 1748 prese marito Lodovico Manin, ultimo doge di Venezia. Dato che la figlia Maria Loredana si sposerà con Francesco Morosini, ecco che quest’ultima famiglia erediterà le opere d’arte dei Grimani.</p>
<p></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>LA TRIADE GRIMANI-LONGHI-GOLDONI<br />
</strong>Il 27 aprile 1750, in occasione delle nozze tra Giovanni Grimani e <strong>Caterina Contarini</strong>, il celebre commediografo <strong>Carlo Goldoni</strong> scrive questo sonetto: </span><br />
<span style="color: #000000;"> <em><br />
“Longhi tu che la mia Musa sorella</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>Chiami del tuo pennel che cerca il vero,</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>Ecco per la tua man, pel mio pensiero</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>Argomento sublime, idea novella.</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>Ritrar tu puoi Vergine illustre e bella,</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>Di dolce viso e portamento altero;</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>Finger puoi di Giovanni il ciglio arciero,</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>Che il dardo scocca alla gentil Donzella,</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>lo canterò di Lui le glorie e il nome,</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>Di Lei la fé, non ordinario vanto;</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>E divise saran fra noi le some.</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>Tu coi vivi colori, ed io col canto:</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>Io le grazie dirò, tu l&#8217;auree chiome:</em></span><br />
<span style="color: #000000;"> <em>E del suo amor godran gli Sposi intanto”</em></span></p>
<div id="attachment_2122" style="width: 270px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Ritratto-di-Carlo-Goldoni-realizzato-da-Alessandro-Longhi-figlio-di-Pietro.jpg"><img class="size-medium wp-image-2122" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Ritratto-di-Carlo-Goldoni-realizzato-da-Alessandro-Longhi-figlio-di-Pietro-260x300.jpg" alt="Ritratto di Carlo Goldoni realizzato da Alessandro Longhi, figlio di Pietro" width="260" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Ritratto di Carlo Goldoni realizzato da Alessandro Longhi, figlio di Pietro</p></div>
<p><span style="color: #000000;"> Ecco che il Longhi – secondo quanto afferma Fapanni – inserirà in 8 dei 13 quadri “una gentil donnina” accompagnata da un “Cavaliere”. Sono forse loro la coppia Contarini-Grimani?</span><br />
<span style="color: #000000;"> Aldo Ravà, nel suo libro “Pietro Longhi”, unisce il pittore e Goldoni quali interpreti – in arti diverse – di un soggetto a loro caro: la rappresentazione della vita veneziana. </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> “<em>Di questo mondo egli</em> (Longhi) <em>è il riproduttore fedele e un pochino indiscreto. Tutto è messo in evidenza dal suo pennello preciso e colorito: i sorrisi, gli sguardi, le mosse affettate, le moine adulatrici, le leziosaggini preziose, le riverenze, gli inchini. Egli ci fa scoprire un neo provocante o un impaziente piedino che esce di sotto alla gonna; coglie uno sguardo insistente attraverso l&#8217;occhialino, o una confidenza sussurrata dietro il ventaglio; segue il propalarsi rapido e sommesso di un piccolo scandalo, accolto da risa soffocate, rende la cadenza misurata e aggraziata di un passo di minuetto, o il gesto mellifluo di chi declama un madrigale; egli ci insegna come si porta la bauta, come si regge un guardinfante, come si offre una bomboniera, come ci si presenta o ci si congeda; come un perfetto lacchè deve offrire un vassoio di dolci; e tutto ciò con una delicatezza, una facilità, una efficacia ammirevoli. Così Pietro Longhi ritrova finalmente sé stesso e può estrinsecare pienamente le sue doti naturali, arrivando a una tale perfezione d&#8217;arte, da meritarsi il nome di «Goldoni della pittura»</em>”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Prima di andare a leggere la descrizione delle 13 opere direttamente dalla penna di Fapanni, dopo la caduta della Repubblica alcune di queste opere prenderanno il largo verso l’estero come “La strolega” che finirà alla National Gallery di Londra o “La ventola maliziosa” che nel 1923 andrà all’Ermitage di San Pietroburgo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<div id="attachment_2136" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Il-museo-dellErmitage-a-San-Pietroburgo.jpeg"><img class="size-medium wp-image-2136" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Il-museo-dellErmitage-a-San-Pietroburgo-300x158.jpeg" alt="Il museo dell'Ermitage a San Pietroburgo" width="300" height="158" /></a><p class="wp-caption-text">Il museo dell&#8217;Ermitage a San Pietroburgo</p></div>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>LE 13 OPERE </strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ed eccole qui le 13 opere commentate da Fapanni di cui s’è parlato finora. Nella loro descrizione potrete quindi trovare gli sguardi di quel Grimani e della Contarini che si sono soavemente intrufolati nelle tele di un artista che – 200 anni dopo – sarà ancora ricordato come uno dei grandi pittori veneziani nel mondo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Curiosamente, delle 13 opere troverete un doppio nome: quello assegnato dal Fapanni nel 1838 e – tra parentesi – quello con cui tali tele sono conosciute oggi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>La visita in tabarro e bauta (La visita in bauta)</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/La-visita-in-bauta-di-Pietro-Longhi-Ca’-Rezzonico-1760.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2123" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/La-visita-in-bauta-di-Pietro-Longhi-Ca’-Rezzonico-1760-253x300.jpg" alt="La visita in bauta di Pietro Longhi, Ca’ Rezzonico, 1760" width="253" height="300" /></a><br />
</strong>“Una gentile donnina, che sarà amoroso soggetto ai primi otto quadri, s&#8217;era posta a cucire intorno alcune biancherie, quando un giovine mascherato in bautta (1) se le sedette di fronte. &#8211; Chi è desso? lo ravvisi al primo sguardo? &#8211; Quell&#8217;aria di nota confidenza, ond&#8217;è sdraiato sulla scranna (2), le ricche maniche della <em>velada </em>(3), che si scorgono di sotto il tabarro (4), e sopra tutto quegli occhi vivaci che spiccano dalla candida mascheretta, appalesano che la visita misteriosa è del Cavaliere. In piedi, colle sonatine da spinetta (5) sporgenti dalla scarsella, sta il maestro di musica, che alla faccia mostra d&#8217;essere un buon giovialone. Frattanto viene col caffè nella stanza un goffo ragazzo dei Grisoni (6): &#8211; abbisogna qui forse il caffè perché la graziosa bautta si scopra?”</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><u>NOTE</u></span><br />
<span style="color: #000000;"> (1) La “bauta” è la tipica maschera veneziana, che consente di mangiare e bere senza essere tolta. La sua struttura, con la parte inferiore allungata orizzontalmente, permette di modificare leggermente la voce da parte di chi la indossa, rendendone più difficile il riconoscimento. </span><br />
<span style="color: #000000;"> (2) Sedia.<br />
(3) Giubba maschile lunga fino al ginocchio e stretta alla vita da una cintura. Prende anche il nome di “giustacuore”. Velada è una corruzione del termine “velata”. La sua evoluzione negli anni sarà quella della marsina, che poi verrà chiamata più comunemente “frac”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> (4) Mantello a ruota portato lungo fino al polpaccio. Di stoffa pesante, poteva essere reso impermeabile. </span><br />
<span style="color: #000000;"> (5) La spinetta era uno strumento a tastiera con corde pizzicate simile al clavicembalo. A differenza di quest’ultimo, però, era di dimensione ridotta tale da consentirne un più facile spostamento. Ecco perché tornava molto utile nelle case dei nobili veneziani, in quanto si prestava ad essere spostato in occasione dell’organizzazione di feste.<br />
(6) Quella dei Grisoni era una famiglia patrizia veneziana, estintasi poi nel 1841.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>I buzzolai della vecchia (La scuola di lavoro)</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/I-buzzolai-della-vecchia-di-Pietro-Longhi.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2124" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/I-buzzolai-della-vecchia-di-Pietro-Longhi-237x300.jpg" alt="I buzzolai della vecchia di Pietro Longhi" width="237" height="300" /></a><br />
</strong>“Quanto val sta cestella de buzzolai (1)? Chiede alla vecchia uno che non è il Cavaliere di prima. –<em> I xe biancheti de le muneghe </em>(2)<em>, Lustrissimo; tre soldi l&#8217;un</em>. &#8211; Vorrà egli farne regalo alla bella giovinetta , che gli stapresso cucendo una camicia? Ma li accetterà ella? Oh <em>i bianchetti de le muneghe</em> si accettano sempre: questi poi della vecchietta devono essere squisiti. E la vecchietta li porge con un tal viso caratteristico, e con un tal atto sicuro della loro bontà, che sarebbe scortesia a non mangiarne. Dall&#8217;altro canto attendono al lavoro due brune giovinotte: e nell’alto sta appeso il <em>quagiolo svegiarin</em> (3) delle leste lavoratrici. Una testiera con sopravi una cuffia, e un <em>omo de legno</em> (4) con un abito appeso fanno pur talvolta ragione dell’utilità di quei arnesi”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><u>NOTE<br />
</u>(1) I bussolà o bussolai sono biscotti tipici veneziani, realizzati con uova, farina e burro. </span><br />
<span style="color: #000000;"> (2) Monache. </span><br />
<span style="color: #000000;"> (3) Quagiolo: Coturnice comune e quaglia maschio. Svegiarin: atto a svegliare. </span><br />
<span style="color: #000000;"> (4) Attaccapanni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>La toelette (La toeletta) </strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/La-toeletta-Ca’-Rezzonico-di-Pietro-Longhi.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2125" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/La-toeletta-Ca’-Rezzonico-di-Pietro-Longhi-241x300.jpg" alt="La toeletta (Ca’ Rezzonico) di Pietro Longhi" width="241" height="300" /></a><br />
</strong>“E’ l’ora dell’abbigliarsi. – Ella in <em>cotolin</em> (1) cilestro sta in piedi dinanzi un piccolo specchio, attendendo la cameriera che le indossi l’abito color di rosa. Da un alto, seduta ad una tavola con bel tappeto, un’altra cameriera assennata pare che  approvi l’abbigliamento della signorina, cucindo de’ merletti ad una biancheria. Più indietro, con la chicchera da caffè, il piccolo <em>Grison</em> (2) aspetta il cenno della padrona. Ma questo è momento ben più importante che bere il caffè: &#8211; la è una seria consulta collo specchio confidente e colle ascelle ministre”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><u>NOTE<br />
</u>(1) Gonnellina, in questo caso sottoveste.<br />
(2) Dei Grisoni, famiglia patrizia veneziana, estintasi poi nel 1841. </span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>La ventola maliziosa (La ventola maliziosa)<br />
</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/La-ventola-maliziosa-di-Pietro-Longhi.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2126" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/La-ventola-maliziosa-di-Pietro-Longhi-244x300.jpg" alt="La ventola maliziosa di Pietro Longhi" width="244" height="300" /></a><br />
“E’ una scena spiritosa. Il Cavaliere è sdraiato traversalmente su basso letto. La Signorina, vestita di bianco, siede sullo stesso letto, dalla parte de’ piedi, dinanzi a lui; e stendendogli sul viso la ventola spiegata, lo nasconde per ischerzo al prete sopraggiunto, che lo vorrebbe riconoscere. Il sopraggiunto è grosso e corto, ne dubito che sia un ritratto. Gli sta alle spalle la cameriera sorridente in atto di levargli il tabarro (1). Il letto ha grande testiera rotonda e dipinta con arzigogoli, e sopracoperta verde. – Qui l’occhio del riguardante farà miglior ufficio che la penna dello scrittore”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><u>Curiosità</u>: ufficialmente il museo Ermitage descrive così la scena, con una variante forse “meno ragionata” di quanto non faccia il Fapelli: “Il contenuto preciso del dipinto dell&#8217;Ermitage non è del tutto chiaro. Una ragazza siede sul bordo di un divano, coprendo con il suo ventaglio un giovane sdraiato sullo stesso divano, mentre un uomo grasso (probabilmente suo padre) sembra minacciarla teatralmente. Si tratta probabilmente di personaggi tratti da un&#8217;opera del drammaturgo contemporaneo Carlo Goldoni, i cui soggetti sono stati tratti anche dalla vita quotidiana veneziana”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><u>NOTE<br />
</u>(1) Mantello a ruota portato lungo fino al polpaccio. Di stoffa pesante, poteva essere reso impermeabile</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>L’ambasciata del Moro (L’ambasciata del moro)</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Lambasciata-del-moro-di-Pietro-Longhi-Ca-Rezzonico.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2127" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Lambasciata-del-moro-di-Pietro-Longhi-Ca-Rezzonico-243x300.jpg" alt="Ca' Rezzonico - L'ambasciata del moro 1751 - Pietro Longhi" width="243" height="300" /></a><br />
</strong>“La gentile biondina (ti ho detto mai, Eugenio, che ella è bionda, con occhi neri, carnagione bianchissima e delicata?) la gentile biondina dunque è vestita elegantemente: &#8211; abito candido <em>fiorato</em>, una gorgieretta (1) nera con nastro al collo, fiori al seno. È seduta in aspetto di alcuna festa cui deve intervenire. Arriva intanto il noto paggio, ch&#8217;è un Moro, con una lettera: ella la tiene in mano spiegata, e sta pensierosa. &#8211; E che ? forse non verrà anch&#8217;egli alla festa? Possibile? &#8211; Vicino lei lavora una leggiadra rossettina. La furbetta guarda colla coda dell&#8217;occhio al foglio, se mai parola le rivela il mistero. Dall’altro lato, una serva fa tacere e carezza non so che puttino ciarliero. E&#8217; a’ piedi il cagnetto che abbaia a quella brutta figura del Moro. Egli, vestito tutto di rosso, con guernizioni di pelo bianco, e berretta bianca in testa accenna alla lettera, e vi aggiunge del suo quel meglio che al momento sta bene”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><u>NOTE<br />
</u>(1) Striscia di tessuto che si portava al collo, soprattutto in ambito medievale. La sua funzione è ornamentale nelle donne, mentre in ambito maschile la “goletta” era parte dell’antica armatura dei soldati a protezione del collo in caso di attacchi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>Il parere sul libro di lettura (Visita del frate)</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Il-parere-sul-libro-di-lettura-Visita-del-frate-di-Pietro-Longhi-Ca-Rezzonico.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2128" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Il-parere-sul-libro-di-lettura-Visita-del-frate-di-Pietro-Longhi-Ca-Rezzonico-237x300.jpg" alt="Ca' Rezzonico - Visita del frate - Pietro Longhi" width="237" height="300" /></a><br />
</strong>“Vestita da estate su grande poltrona a braccioli ella tiene un libro aperto in mano: non legge; aspetta il giudizio del buon frate degli osservanti, che in piedi l&#8217;è vicino; ed è certo un ritratto. Egli forse le dice: &#8211; Sono ciarle, Signora: non legga quelle ciarle. &#8211; Le siede appresso altra giovine matrona, e pare che approvi il giudizio del frate. Di dietro ad esse, indifferente e colla destra al seno entro la velada (1), sta ritto il Cavaliere. Direbbesi che guardi e attenda piuttosto alle ciambelle recate nella guantiera (2) della giovincella”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><u>NOTE<br />
</u>(1) Giubba lunga o con falde. Si distingue dalla “giacheta”, che è una giubba corta o senza falde.<br />
(2) Vassoio per i pasticcini</span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>L’invito al ballo (Il concerto familiare)<br />
</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Linvito-al-ballo-Il-concerto-familiare-di-Pietro-Longhi.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2129" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Linvito-al-ballo-Il-concerto-familiare-di-Pietro-Longhi-247x300.jpg" alt="L'invito al ballo (Il concerto familiare) di Pietro Longhi" width="247" height="300" /></a><br />
“Graziosissima scena! La bella signorina con abito color canarino, ricco, fluente, colla rosa favorita in testa, coi candidi guanti, è in atto di porsi a ballare, destatavi all’arpeggio della chitarra, che placidamente suona il pingue boemo <em>Giacomo Scumar</em>. Consigliata, anzi spinta confidentemente per di dietro dall&#8217;altra vezzosa donnina, invita a ballar seco il magro vecchio severo, seduto in seggiolone, e ravvolto in pelliccia: e già si vede che gli è uno scherzo spiritoso delle due giovani, poste in bellissimo e natural movimento. &#8211; Come mai ballare quel rigido vecchione colle gambe di sughero? &#8211; Pure un attimo le sorride: e chi non sorriderà all&#8217;incanto della bellezza e delle grazie?”</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>La strolega (La chiromante) </strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/La-strolega-La-chiromante-di-Pietro-Longhi-National-Gallery-Londra.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2130" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/La-strolega-La-chiromante-di-Pietro-Longhi-National-Gallery-Londra-240x300.jpg" alt="La strolega (La chiromante) di Pietro Longhi (National Gallery Londra)" width="240" height="300" /></a><br />
</strong>“Sempre leggiadra, ella è travestita in bautta, candido tabarro e cappello; con quella seducente bautta, di cui <em>Lord Byron</em> (1) era perdutamente innamorato. Uscita fuori di casa, si è fatta animosa vicino alla strolega (2) e le chiese… Oh! Ti puoi immaginare ben che. La strolega (come dovevano essere tutte le stroleghe, vecchia, con abito dimesso e cuffione nero) la strolega, dico, lasciata la canna presso al banco, fa certi rustici segni coll’indice sulla palma destra della gentile chiedente. Dietro le sta la fida ancella, tenendole in mano la mascheretta levata. Dall’altra parte un curioso, che fuma, ed uno in bautta ascoltano quelle predizioni – E vi pensa su anch’ella , tenendo incantati quegli occhietti neri vivacissimi – Vi crede forse? – Oh! sta sempre bene a lusingarsi del meglio!”</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><u>NOTE<br />
</u>(1) Poeta e politico britannico – amante delle belle donne – che soggiornò a Venezia per tre anni dal 1816, dove frequentò vari salotti tra cui quello di Marina Chiara Querini. </span><br />
<span style="color: #000000;"> (2) Dal verbo “strolegar”, ossia astrologoare e fantasticare. L’assonanza con il termine “strega” si capisce bene nella descrizione scritta qui dal Fapanni.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>Gli alchimisti (Gli alchimisti)</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Gli-alchimisti-di-Pietro-Longhi-Musei-civici-di-Venezia.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2131" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Gli-alchimisti-di-Pietro-Longhi-Musei-civici-di-Venezia-247x300.jpg" alt="Gli alchimisti di Pietro Longhi (Musei civici di Venezia)" width="247" height="300" /></a><br />
</strong>“Come la vezzosa, che interrogava del futuro la strolega, questi tre fanno invece Dio sa! che matta ricerca. Uno di questi, in vesta da camera, mostra una lunga ampolla con un certo liquido, il quale, al meno che sia, dev’essere prodigioso. Attonito, maravigliato, vi guarda per entro il frate osservante cogli occhiali sul naso: sotto il braccio ha un libro, che è l’opera di <em>Raimondo Lullo</em> (1). Per terzo avvi un prete, in arnese pure di confidenza, che sta con grande attenzione ad un fornetto, soffiandovi, e meschiando con un ferro dentro un’olla. Qui vi sono pentole fumanti, ampolle, boccie, carte con geroglifici, e l’orologio da polve, per numerarvi l’ore perdute nel cercare il<em> lapis philosophorum </em>(2). Non so perché, questo soggetto medesimo è copiato da altra mano in un secondo quadro, con piccolissime variazioni: &#8211; fosse che l’ordinatore cercasse anche egli il <em>lapis philosophorum</em>? – Ma pare che l’avesse trovato, con assai meno studii, nei dipinti già descritti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><u>NOTE<br />
</u>(1) Raimondo Lullo è l’italianizzazione di Ramon Llull, missionario e scrittore spagnolo che nei suoi viaggi si spinse pure a Venezia. Scrisse opere di carattere alchemico in cui sosteneva che l’uomo può esercitare sia il bene che il male, ma grazie alla fede può trovare la retta via. </span><br />
<span style="color: #000000;"> (2) La pietra filosofale, ossia la sostanza catalizzatrice simbolo dell’alchimia e in grado di risanare la corruzione della materia. Non è un caso, dato che Raimondo Lullo è ritenuto autore dell’opera Fugax Vitae, una ricerca interiore della pietra filosofale, simboleggiata con il termine “Vitriol”, visita interiora terra rectifficando invenium occultum lapidem.</span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>Il ballo dei barcaiuoli (La furlana) </strong>(1)</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Il-ballo-dei-barcaiuoli-La-furlana-di-Pietro-Longhi-Ca-Rezzonico.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2132" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Il-ballo-dei-barcaiuoli-La-furlana-di-Pietro-Longhi-Ca-Rezzonico-256x300.jpg" alt="Il ballo dei barcaiuoli (La furlana) di Pietro Longhi (Ca' Rezzonico)" width="256" height="300" /></a><br />
</strong>“Batti pure il cembalo, bella moretta, che noi balleremo. Betto, barcaiuolo dell’eccellentissima casa, gettata giù la livrea, balla con una giovinetta di sua condizione. Egli è un pantalonaccio con braghesse rosse e sott&#8217;abito giallo: – dessa è proprio una fanciulla, che con ingenua semplicità tiene e allarga la cotola (2) fiorata con ambe le mani. Altre due donnine osservano con piacere quel ballo familiare. Sulla tavola presso una boccia di buon vino infonde allegria e moto alla brigata. – Batti, batti pure il cembalo, graziosa testina in bel movimento: non lasciarti fuggire i giorni della gioia e della pace domestica”.</span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><u>NOTE<br />
</u>(1) La furlana è una danza allegra che grazie a Venezia ebbe ampia diffusione nel nord della penisola italiana e in Francia. Il suo nome deriva dalla probabile regione d’origine, il Friuli, anche se potrebbe essere a sua volta di origine slava. </span><br />
<span style="color: #000000;"> (2) Gonna.</span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>Le frittelle della sagra (La venditrice di frittelle) </strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Le-frittelle-della-sagra-La-venditrice-di-frittelle-di-Pietro-Longhi-Ca-Rezzonico.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2133" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Le-frittelle-della-sagra-La-venditrice-di-frittelle-di-Pietro-Longhi-Ca-Rezzonico-238x300.jpg" alt="Le frittelle della sagra (La venditrice di frittelle) di Pietro Longhi, (Ca' Rezzonico)" width="238" height="300" /></a><br />
</strong>“E’ giorno di festa per l’ingresso del piovan (1) di san <em>Baseggio </em>(2): <em>damaschi</em> e <em>baloni</em> (3) vi pendono dalle case. Le frittelle non mancano mai alle sagre in Venezia. Ne infilza alcune dal catino nello stecco la donna seduta, per darle al galantuomo che le sta dinnanzi. Egli accenna colla destra bastar gliene tre soltanto, così per assaggiarle, e poter dire che sapore avesse la sagra. Al vestito e’ pare un cittadino, e nulla più; come che si scorgono due giovani donne del popolo in <em>bocassin</em> (4) quelle che le stanno osservando. E spero che gliene pagherà un piatto, s’egli è cortesan; tanto più che sopraggiunge il putto con un catino ripieno di quelle inzuccherate delizie”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><u>NOTE<br />
</u>(1) Parroco </span><br />
<span style="color: #000000;"> (2) Chiesa presente nell’omonimo campo a cavallo del ‘900, anche se i primi documenti che la citano sono del 1143. Chiusa nel 1810, sarà demolita 14 anni dopo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> (3) Tessuti floreali e palloni. </span><br />
<span style="color: #000000;"> (4) Gonnella usata dalle donne volgari per coprirsi il volto.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><strong>L’insalata al fresco (La merenda)</strong></span></p>
<p><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Linsalata-al-fresco-di-Pietro-Longhi.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2134" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Linsalata-al-fresco-di-Pietro-Longhi-236x300.jpg" alt="L'insalata al fresco di Pietro Longhi" width="236" height="300" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">“Qui siamo a Chioggia: è apprestata la tavola in un orto sulle rive del largo canale: vi si scorgono da lungi le case e un ponte. Ova sode ed insalata è la merenda vespertina. Sono tre le donnine, con graziosi cappellini, nastri, fiori alla testa, e vestito nel costume delle isolane. Una d’esse, avendo già condito l’insalata, la mesce con le forchette: l’altra invita a tener loro compagnia… oh! chi mai? – il  Cavaliere appunto, che soprarriva dalla vicina Chioggia, ove fu ben amato podestà (1), ed a cui non sono nuove quelle facce allegre. Io ci scommetto che il sere non vi ricusa: &#8211; sono tre matone ed una insalatina, di cui sarebbesi degnato anche messer lo doge”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><u>Curiosità</u>: secondo altre interpretazioni, la scena potrebbe rappresentare una merenda negli orti dell&#8217;estuario veneto, alla Certosa o alle Vignole, dato che il forte nello sfondo potrebbe rappresentare quello di San Nicolò.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><u>NOTE<br />
</u>(1) Il Grimani fu podestà di Chioggia dal 1756 al 1758</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Il rinoceronte ai casotti (Il rinoceronte) </strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Il-rinoceronte-ai-casoni-Il-rinoceronte-di-Pietro-Longhi-Ca-Rezzonico.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2135" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2022/01/Il-rinoceronte-ai-casoni-Il-rinoceronte-di-Pietro-Longhi-Ca-Rezzonico-239x300.jpg" alt="Ca' Rezzonico - Il rinoceronte 1751 - Pietro Longhi" width="239" height="300" /></a><br />
</strong>“L’ordinatore di questi quadri, amantissimo com’era di tener animali stranieri, avendone un serraglio nella sua villa, si facea poi anche ritrarre quelli che più difficilmente poteva acquistare e mantenere (1). Perciò rimangono da lui ordinati una serie di quadri [Ricordo fra questi i quattro di <em>Carlo Shmank</em>, in due de’ quali sono ritratte due <em>Cavalle</em>, in un terzo un <em>Cavallo intero</em>, e nel quarto un <em>Caprone di Guinea</em> dipinti nel 1774]. Del Longhi però non vi ha che questo solo col rinoceronte, avendovi anzi scritto il proprio nome (locchè non fece negli altri) e l’epoca del 1751 in cui si fece vedere a Venezia questo animale. Mangiando fieno egli è dentro lo steccato dei casotti. Il custode, con una faccia malinconica e propriamente straniera, scuote la bestiaccia collo scudiscio. – Spettatori fra varii altri, la stessa signorina in tabarro e bautta, descritta nella <em>Strolega</em>: da lato il Cavaliere cupidamente attento al bruto bestione”</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #000000; text-decoration: underline;">NOTE</span></span><br />
<span style="color: #000000;"> (1) Nello specifico, è ipotizzabile che “in occasione del carnevale del 1751 arrivò a Venezia, dopo una fortunatissima tournée europea, un rinoceronte indiano femmina chiamato Clara. Il proprietario, Douwe Mout van der Meer, un capitano della compagnia delle indie olandesi, l’aveva portata con sé dal Bengala facendone ben presto un’attrazione che fece tappa in tutte le principali città europee fino al 1758, anno della morte di Clara. Questo ritratto del Rinoceronte fu compiuto per Giovanni Grimani come recita il cartiglio sulla destra del dipinto che non a caso possedeva nella sua villa in terraferma una specie di zoo privato con molti animali esotici” (Fondazione Musei Civici di Venezia, Ca’ Rezzonico).</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Alberto Sanavia</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<hr />
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><u>Fonti bibliografiche:</p>
<p></u></em><em>&#8211; Il Vaglio, Antologia della letteratura perdiodica – Rivista – Anno III – Numero 38<br />
&#8211; Pietro Longhi – Aldo Ravà – 1909<br />
&#8211; Dizionario tascabile delle voci e frasi particolari del dialetto veneziano – Pietro Contarini – 1850<br />
&#8211; Luce di taglio: preziosi momenti di una nobildonna veneziana – Filippo Pedrocco – 2002<br />
&#8211; Capolavori nascosti dell’Ermitage – Irina Artemʹeva, ‎Giuseppe Bergamini, Giuseppe Pavanello – 1998<br />
&#8211; </em><a style="color: #000000;" href="https://www.hermitagemuseum.org/wps/portal/hermitage/digital-collection/01.+paintings/32451"><em>https://www.hermitagemuseum.org/wps/portal/hermitage/digital-collection/01.+paintings/32451</em></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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		<title>La stele di Padova che rischiò d’essere dedicata a… Napoleone</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2020 01:57:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La straordinaria e incredibile storia della stele Giustiniani di Antonio Canova. “Nascosta” per anni, per poco non fu dedicata a Bonaparte. Un’opera che ha trovato pace solo dopo un secolo dalla sua realizzazione &#160; Nato a Possagno (TV) il 1° novembre 1757, il pittore e scultore Antonio Canova fu uno dei principali esponenti degli ideali&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/la-stele-di-padova-che-rischio-dessere-dedicata-a-napoleone/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>La straordinaria e incredibile storia della stele Giustiniani di Antonio Canova. “Nascosta” per anni, per poco non fu dedicata a Bonaparte. Un’opera che ha trovato pace solo dopo un secolo dalla sua realizzazione</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nato a Possagno (TV) il 1° novembre 1757, il pittore e scultore Antonio Canova fu uno dei principali esponenti degli ideali estetici del neoclassicismo. Fin qui, nulla di nuovo. Basta sfogliare un qualsiasi manuale per scoprirlo. A soli 20 anni, su sollecitazione del letterato e politico veneziano Andrea Memmo, Canova ricevette da Ernestina Stahrenberg e da Leonardo Venier il compito di realizzare le statue in onore del Provveditore Alvise Valaresso e dello scienziato Giovanni Poleni, da posizionare in Prato della Valle a Padova.<br />
Il suo legame con la città di Padova ebbe però la definitiva consacrazione con un bassorilievo datato 1795 e conservato senza troppo scalpore nel museo civico degli Eremitani dal 1896. Esposto ancora oggi al pubblico in un angolo al piano superiore dell’edificio, in pochi sanno che questa splendida opera nasconde una storia molto travagliata.<br />
Una storia fatta di promesse, lunghe attese, spostamenti ma soprattutto di “dediche”. La stele Giustiniani, così immobile nella sua docile maestosità, cela invece un passato movimentato. Perché raccontare tutto questo? Perché il valore di un’opera non è data solo da ciò che rappresenta, ma dalla vicenda che – ad oggi – l’ha portata così ai nostri occhi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il viaggio può iniziare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>LA NASCITA DELLA STELE GIUSTINIANI<br />
</strong>E’ il 21 dicembre 1795. Il letterato Giovanni Scardova, “annotatore diligente di cose patrie” e al quale oggi (2020) è dedicata una piccola via nel quartiere San Gregorio di Padova, aggiunse il nome del capitano e vice podestà veneziano Girolamo Giustiniani – in prossimità di lasciare l’incarico – nel libro intitolato “Cittadini nobili che compongono il Consiglio della Magnifica Città di Padova”.<br />
Il Prof. Antonio Selva, in quanto amico intimo di Canova, intercesse con l’artista per la realizzazione di un’opera marmorea che non solo avrebbe reso onore all’operato del Giustiniani, ma che a tutti gli effetti si sarebbe trasformata in un dono rappresentativo della città di Padova.<br />
Nei primi giorni del gennaio 1796, Canova visitò la Sala del Consiglio sopra la Loggia della Gran Guardia in Piazza dei Signori. E’ lì che il bassorilievo sarebbe stato posizionato, tanto che il 23 dello stesso mese Antonio Canova scrisse al Selva: “<em>il lume sarà ottimo, ed io penso di comporlo con una figura sedente, rappresentante Padova con li suoi attributi</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I MODELLI DELLA STELE<br />
</strong>Nei mesi seguenti Canova proseguì il suo lavoro a Roma e il 14 maggio del 1796 informò</p>
<div id="attachment_1376" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/disegno-stele-giustiniani.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1376" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/disegno-stele-giustiniani-150x150.jpg" alt="Disegno preparatorio della stele Giustiniani" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Disegno preparatorio della stele Giustiniani</p></div>
<p>Selva che il modello era pronto. “<em>Sono stato obbligato a farne due di questi modelli</em>”, scrisse, “<em>perché il primo aveva voltata la figura di Padova verso la scala, e non poteva farmi bene con il lume della finestra; dimodoché ne ho composto un’altra che guarda al lume, e sembra che faccia bene</em>”.<br />
A luglio dello stesso anno realizzò inoltre un disegno e un ulteriore modello (probabilmente preparato dalla sua “officina”) che fece spedire a Padova.<br />
<strong>Nel mese di maggio del 1797 l’opera trovò il suo compimento, ma bisognava fare i conti con la minaccia francese</strong>.<br />
Una minaccia che stava per cambiare il corso di questa storia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>LA STELE “BONAPARTE”<br />
</strong>Il 1797 è l’anno dell’ingresso dei francesi in Italia. Il 12 maggio l’ultimo doge di Venezia – Ludovico Manin – abdica decretando la fine della Serenissima Repubblica.<br />
Canova riceve indicazioni da Padova di sospendere l’iscrizione dedicata a Giustiniani sulla stele, ma dopo 15 giorni dalla caduta della Serenissima, l’artista contrariato impugna carta e penna scrivendo a Selva che – rinunciando a queste iscrizioni – “<em>…resterà una tabella di forma poco conveniente. Vogliatemi bene, e credetemi</em>”.<br />
I mesi trascorrono, la stele rimane a Roma e nel frattempo Canova attende i 26 zecchini necessari per spedirla a Padova. Tutto tace fino all’ottobre dell’anno <strong>1800</strong>. Sotto la minaccia francesce, il segretario Renato Arrigoni scrive a Canova che “<em>nell’epoca democratica chiesero i Padovani che venisse levato dal loro Basso-rilievo il ritratto del Giustiniani, sostituendovi quello di Bonaparte</em>”.<br />
Vuoi per paura, vuoi per un probabile fascino comunque esercitato dal nuovo <em>eroe</em> del secolo, Canova realizza un disegno nel quale <strong>scompare la dedica al Giustiniani</strong>.<br />
La donna rappresentata nel disegno ora scrive: “NAPOLEON ME AVSPICAT”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>IL TEMPO GUARISCE: DA BONAPARTE AL “NUOVO” GIUSTINIANI<br />
</strong>La realizzazione del disegno pro-Napoleone e il sopito fervore politico dei primi tempi,</p>
<div id="attachment_1380" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/stele-giustiniani-01.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1380" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/stele-giustiniani-01-150x150.jpg" alt="La stele Giustiniani al museo civico Eremitani di Padova" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">La stele Giustiniani al museo civico Eremitani di Padova</p></div>
<p>giocano a favore della stele che, a tutti gli effetti, non subisce modifiche e viene messa in secondo piano rispetto alle esigenze dell’epoca.<br />
Nel 1802 il nobile Antonio Conte Zacco-Lion si fa portavoce di quei padovani che volevano finalmente portare l’opera in quel di Padova. Ecco che questa fu l’occasione per sfruttare l’iscrizione dedicatoria apposta sulla tabella in onore dello zio di Girolamo Giustiniani, ossia <strong>Nicolò</strong>, vescovo di Padova e fondatore dell’Ospedale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>IMBALLATO A LUNGO: IL VENTENNIO DI “PRIGIONIA” E LA PACE NEL MUSEO<br />
</strong>Giunta finalmente a Padova nel giugno del <strong>1802</strong>, la stele rimase imballata per un mese, in quanto il Selva doveva trovare un luogo idoneo e “in buon lume”. Non solo. La famosa dedica da incidere sulla stele ottenne la definitiva approvazione nell’ottobre del <strong>1803</strong>, quando tutti convennero sullo scrivere:<br />
<a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/stele-giustiniani-dettaglio-01.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1381" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/stele-giustiniani-dettaglio-01-150x150.jpg" alt="stele giustiniani dettaglio 01" width="150" height="150" /></a><br />
NIC. ANT. IVSTINIANO<br />
PONTIFICI<br />
NOSOCOMI AVCTORI<br />
ME<br />
GRATES MIEDITANTEM VNVS<br />
SCVLPAT CANOVA</p>
<p>Finita qui? Assolutamente no. Custodita per tre anni nel Collegio dei Giuristi nel Palazzo Vescovile, nel <strong>1806</strong> la stele venne spostata nella Sala Sedute della Congregazione. L’attesa di definitiva collocazione proseguì fino al <strong>1821</strong> quando lo stesso Antonio Canova si decise di venire a Padova col suo allievo Rinaldi per posizionarla nell’Ospedale Giustinianeo. Inizialmente collocata all’ingresso, fu poi trasferita in un’altra ala a maggior riparo “<em>dagli oltraggi di mano profana</em>”.<br />
Il destino nomade della stele Giustiniani potrà godere della definitiva pace solo verso la fine del secolo (<strong>1896</strong>), trovando spazio nel museo civico che ancora oggi la ospita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’OPERA<br />
</strong>Storia a parte, la stele Giustiniani è un capolavoro di grazia e simboli.<br />
&#8211; La <strong>Matrona</strong> rappresenta Pa<a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/stele-giustiniani-dettaglio-05.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1377" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/stele-giustiniani-dettaglio-05-150x150.jpg" alt="stele giustiniani dettaglio 05" width="150" height="150" /></a>dova. Appare come una giovane donna, idealizzata e aggraziata nelle forme del viso e del corpo, lasciando intravedere un seno, le forme del corpo, braccia e gambe coperte da un leggero velo. I capelli sono raccolti da un nastro con una ciocca leggera a sfiorarle il collo. Sul capo è posizionata una corona “turrita” e il volto è leggermente chinato a seguire l’incisione di cui abbiamo già parlato.<br />
&#8211; La <strong>tavola</strong> su cui scrive la Matrona è sostenuta da un fanicullo alato, snello e leggero, il cui volto divertito e incuriosito è intento a sbirciare l’iscrizione. Sotto la tavola spuntano due serpenti che si attorcigliano attorno al caduceo, simbolo non solo della città di Padova ma delle scienze e delle arti. Uno dei due serpenti presenta la testa di un caprone, a dimostrare che questa terra era dotata di un suolo fecondo per i pascoli.<br />
&#8211; La <strong>civetta</strong> posta sopra alla tavola, vola verso il basso, a vigilanza degli studi. <a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/stele-giustiniani-dettaglio-04.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1378" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/stele-giustiniani-dettaglio-04-150x150.jpg" alt="stele giustiniani dettaglio 04" width="150" height="150" /></a><br />
&#8211; Sul braccio della Matrona è posizionata una fettuccia da cui pende un antico <strong>sigillo</strong> tratto dalla nobile famiglia dei Conti di Lazzara. Attorno al sigillo appare una scritta a definire i confini del territorio secondo l’epoca: MUSON, MONS, ATHES, MARE CERTOS DANT MIHI FINES. Sopra all’antico castello appare la scritta PADUA.<br />
&#8211; Lo <strong>scalino in pietra</strong> su cui poggiano i piedi della Matrona è inciso in maniera leggera e aggraziata per non togliere l’attenzione dello spettatore dalla centralità dell’opera.<br />
A partire da sinistra, la punta di un vascello simboleggia l’arrivo dei troiani a Padova che leggenda vuole fondatori della città. Il primo è un soldato che regge un’asta a guardia del luogo, mentre al suo fianco due abitanti del luogo si abbracciano (compiaciuti per ciò che si sta realizzando) osservando un muratore chino su se stesso mentre è intento a solcare il terreno su indicazione di Antenore, che ragiona sulla formazione della nuova città. Dietro di lui, il figlio e la moglie, con quest’ultima che porta lo sguardo al cielo, riconoscente per aver concesso alla loro famiglia un asilo così felice. Le ultime due figure sulla destra sono una pecora e un toro, simboli della fertilità del terreno e della necessità dell’agricoltura. <a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/stele-giustiniani-dettaglio-06.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1379" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/stele-giustiniani-dettaglio-06-150x150.jpg" alt="stele giustiniani dettaglio 06" width="150" height="150" /></a>Sullo sfondo, a chiudere l’immagine, il profilo dei Colli Euganei in lontananza.<br />
&#8211; La cima della stele è composta da un frontone lavorato con precisione e al cui centro è posizionata una corona d’alloro, simbolo di prestigio per i risultati raggiunti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Alberto Sanavia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE<br />
&#8211; Albrizzi Isabella, “Opere di scultura e di plastica di Antonio Canova”, Pisa, 1822<br />
&#8211; De Lazara Nicolò, “Per le faustissime nozze Pappafava-Cittadella”, Padova, 1859<br />
&#8211; Gamba Bartolommeo, “Biblioteca canoviana, ossia, Raccolta delle migliori prose, e de&#8217; più scelti componimenti poetici sulla vita, sulle opere ed in morte di Antonio Canova”, Giovanni Parolari Tipografo Editore, Venezia, 1823<br />
&#8211; Missirini Melchior, “Della vita di Antonio Canova”, Milano, 1824<br />
&#8211; “Notizie intorno alla vita di Antonio Canova”, Giuseppe Orlandelli Editore, 1822<br />
&#8211; Orsolato Giuseppe – Notizie storiche e lettere di Antonio Canova sopra il basso-rilievo collocato nella chiesetta della spedale in Padova<br />
&#8211; Rosini Giovanni, “Saggio sulla vita e sulle opere di Antonio Canova”, Niccolò Capurro Editore, Pisa, 1830<br />
IMMAGINI<br />
&#8211; Le foto sono realizzate da Alberto Sanavia<br />
&#8211; Il disegno è tratto dal terzo tomo di “Opere di scultura e di plastica di Antonio Canova” di Albrizzi Isabella, Pisa, 1822</p>
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		<title>Abbiamo l&#8217;arte ma la teniamo da parte</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jan 2020 19:11:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Riflessioni sulle mancate opportunità nel rendere il passato un vero traino per il futuro Vi è la strana convinzione che l’arte, per essere apprezzata, debba essere pubblica. Eppure, da che mondo è mondo, l’arte è sempre stata un affare privato. Per quanta poca empatia si possa provare nei confronti dei nobili o aristocratici – che&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/abbiamo-larte-ma-la-teniamo-da-parte/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>Riflessioni sulle mancate opportunità nel rendere il passato un vero traino per il futuro </em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><br />
Vi è la strana convinzione che l’arte, per essere apprezzata, debba essere pubblica. Eppure, da che mondo è mondo, l’arte è sempre stata un affare privato. Per quanta poca empatia si possa provare nei confronti dei nobili o aristocratici – che ad oggi chiamiamo più semplicemente “ricchi” – essi hanno consentito che milioni di opere siano giunte a noi. Altrettante sono ancora nascoste, ma è grazie a quel senso di gelosia che queste potranno sopravvivere ai nostri figli e ai nostri nipoti, giungendo intatte e splendenti alle generazioni future. Ciò vale anche per edifici storici o ville. Premesso ciò, bisogna fare alcune considerazioni. </span><br />
<span style="color: #000000;"> I <strong>musei</strong> sono organizzati male. Non tutti, certo, ma una gran parte di loro sono semplici magazzini sconosciuti. Nel momento in cui un museo apre al pubblico, lo deve fare per attirarlo. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Pertanto trovo inutile che si vieti di scattare qualche <strong>foto</strong> alle opere (anche senza flash, ovviamente): molto spesso lo si nega al solo scopo di vendere il libro/catalogo che viene proposto all’uscita dall’ultima stanza del museo. Nel 2020 ogni opera si può ritrovare su internet, anche in alta definizione, pertanto la negazione della foto è la negazione del consentire all’utente di sentirsi partecipe della mostra. </span><br />
<span style="color: #000000;"> In secondo luogo gli <strong>orari</strong> di apertura sono incomprensibili: quasi sempre combaciano con l’orario di lavoro o di studio, costringendo così la massa a visitarli nei weekend, tra il nervosismo di chi si vorrebbe godere un’opera in santa pace e quella degli addetti ai lavori che devono correre stressati tra le stanze, giusto per redarguire persone che vorrebbero toccare i quadri o per richiamare bambini che gridano e corrono come fossero al Luna Park. </span><br />
<span style="color: #000000;"> In terza battuta, i musei non dovrebbero essere “<strong>isolati</strong>”: quanto bello sarebbe poter pranzare/cenare (non a prezzi folli) in un ristorante posto all’interno dell’edificio e poi godersi le opere esposte senza aver l’ansia dell’orario di chiusura? Perché non inserire al loro interno concerti o attività teatrali, magari valorizzando le band o le compagnie locali che spesso non sanno dove esibirsi? </span><br />
<span style="color: #000000;"> Infine i musei dovrebbero avere di default l’<strong>audioguida</strong> compresa nel prezzo del biglietto, fornire descrizioni scritte accurate in calce a quanto esposto o dare l’opportunità di collegarsi ad applicazioni per l’ascolto via cellulare, dato che ad oggi tutti ne abbiamo uno. </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> La “domenica gratuita” al museo è una bella iniziativa, certo, ma non sarà quella che rilancerà l’interesse per l’arte o che potrà finalmente consentire a questa di essere un volano per l’economia. </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> Abbiamo una Ferrari. Ma piuttosto che guidarla ci limitiamo ad osservarla dalla vetrina.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Alberto Sanavia</em></p>
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		<title>21 dicembre 1668, la rivoluzione della “parrucca” a Venezia</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Dec 2019 01:40:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Scipione Vinciguerra e Nicolò Erizzo: i primi “influencer” dell’acconciatura in Italia. Quando i barbieri estraevano i denti. Dall’Inquisizione al Doge che sdogana la parrucca   E’ la sera del 21 dicembre 1668 quando il conte Scipione Vinciguerra di Collalto, reduce da un viaggio a Parigi, passeggia in piazza San Marco a Venezia con una vistosa&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/21-dicembre-1668-la-rivoluzione-della-parrucca-a-venezia/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>Scipione Vinciguerra e Nicolò Erizzo: i primi “influencer” dell’acconciatura in Italia. Quando i barbieri estraevano i denti. Dall’Inquisizione al Doge che sdogana la parrucca </em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;">E’ la sera del <strong>21 dicembre 1668</strong> quando il conte Scipione Vinciguerra di Collalto, reduce da un viaggio a Parigi, passeggia in piazza San Marco a Venezia con una vistosa parrucca. E’ la prima ad apparire in Italia e ciò desta entusiasmi e incredibili reazioni. Sfidando un decreto del Consiglio dei Dieci del 29 maggio 1668 che ne vieta l’utilizzo, la sua da “provocazione” si trasforma presto in una rivoluzione. Le imitazioni da subito non mancano e la moda diventa presto universale, malgrado le proibizioni e il pericolo di essere multati (decreto del 7 maggio 1701). </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> <strong>I CONTROLLORI DIVENGONO “PECCATORI”<br />
</strong>Una tassa di difficile esazione, quella introdotta dal Consiglio dei Dieci, dato che la lista dei parruccanti da tassare viene affidata ai parroci. Gli stessi che, all’inizio del Settecento, declineranno l’utilizzo della barba (ad eccezione dei cappuccini) per convertirsi alla parrucca. Verranno pure fissati dei veri e propri canoni per la capigliatura “da prelato”: capelli arricciati, lunghi e sciolti. La discussione morale sulla parrucca presto tiene banco nel mondo ecclesiastico, con chi non la ritiene irriverente se portata con un aspetto simile a una chioma naturale (Zaccaria Pasqualigo)  e chi invece la rigetta a seguito di una Congregazione tenutasi a Roma (Dominico Ursaya). </span></p>
<div id="attachment_1873" style="width: 246px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/12/Pietro_Longhi_013.jpg"><img class="size-medium wp-image-1873" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/12/Pietro_Longhi_013-236x300.jpg" alt="Pietro Longhi - Il Parrucchiere" width="236" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Pietro Longhi &#8211; Il Parrucchiere</p></div>
<p><span style="color: #000000;"> <strong>L’INQUISITORE E LA MOGLIE<br />
</strong>Lo storico e diplomatico francese Limojon de Saint-Didier (ospite a Venezia tra il 1672 e il 1674), cerca di spiegare la ragione di tanto astio da parte della Repubblica di Venezia sull’utilizzo delle parrucche: “uno degli Inquisitori di Stato si accorse che spesso venivano a trovare sua moglie gentiluomini con voluminose capigliature bionde, e in altri incontri questi gli sembravano le avessero nere. Incominciò a insospettirsi per simili travestimenti […] e poiché riuscì a ottenere il consenso dei suoi colleghi la decisione fu<em> ipso facto</em> presa” non senza reazioni “da parte della gioventù dorata e della vecchiaia calva”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Solo per i calvi viene concesso di mettere un parrucchino, a mo’ di zucchetto, che i veneziani chiamano <em>callotta</em>. Poi le dimensioni della <em>callotta</em> aumenteranno. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Vi saranno varie forme di parrucche: a <em>gropi</em> cioè a riccioli annodati in fine; alla <em>cortesana</em>, con ampia scriminatura, discendente davanti sulla spalla sinistra e dietro la spalla destra; alla <em>delfina</em>, con alto ciuffo ondulato; a <em>due bande</em>, quasi a formare due ali ai lati della scriminatura.<br />
</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> <strong>IL DOGE “SDOGANA” LA PARRUCCA<br />
</strong>Nel 1709 è il doge Giovanni Corner a indossare per primo la parrucca, mentre nel 1723 fanno la loro comparsa le parrucche femminili. La parrucca ormai è sdoganata. L’ultimo nobile a indossarla è Antonio Correr da S. Marcuola, morto il 7 gennaio 1758. </span></p>
<div id="attachment_1874" style="width: 244px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/12/Giovanni_Cornaro.jpg"><img class="size-medium wp-image-1874" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/12/Giovanni_Cornaro-234x300.jpg" alt="Il doge Giovanni I Corner" width="234" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il doge Giovanni I Corner</p></div>
<p><span style="color: #000000;"> <strong>UNO STATUS SYMBOL DA SEIMILA DUCATI<br />
</strong>Giusto per capire la portata di questa rivoluzione d’immagine (a cui sono avversi soprattutto gli anziani), il giovane Nicolò Erizzo, dell’omonima famiglia nobiliare veneziana, ne fa persino una questione di principio. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Nicolò – che potremmo considerare una sorta di “antico” influencer – ama i nuovi costumi dell’epoca. Oltre a indossare vistose calze rosse e scarpe bianche, utilizza una parrucca al primario scopo di nascondere una lunga cicatrice sulla fronte, rimediata qualche anno prima per un colpo di sciabola ricevuto a causa del suo spirito libertino. Adirato per l’aspetto del figlio, il padre decide di diseredarlo, designando come “erede” l’Ospedale della Pietà, almeno fino a quando Nicolò non avrà deciso di tornare a costumi più sobri. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Pur di non dover scendere a compromessi di “stile”, Nicolò dona da subito all’Ospedale della Pietà seimila ducati, purché l’Ospedale rinunci a tale eredità (che sarebbe comunque arrivata dopo molti anni).<br />
</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>BARBIERI E PARRUCCHIERI, DAL SACRO AL PROFANO<br />
</strong>I patroni dell’Arte dei <strong>Barbieri</strong> sono i santi Cosma e Damiano. Il loro primo statuto nasce nel 1270 e dal 1285 vengono emanate disposizioni sul pagamento della quota di ammissione e sul giuramento. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Sì, giuramento. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Perché il mestiere all’epoca richiede competenze di carattere medico: estrazione di denti, medicazione di ferite e conoscenza della diffusissima pratica del salasso, che prevede l’incisione delle vene per la riduzione della pressione sanguigna: ogni maestro deve munirsi di un recipiente di vetro graduato per misurare il sangue da estrarre secondo le prescrizioni ricevute dal medico. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Fino al 1435 l’arte dei Barbieri è unita a quella dei Parrucchieri che, inizialmente, sono poco diffusi, soprattutto se si pensa che le donne fino ad allora sono solite acconciarsi i capelli per conto proprio. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Nella loro nascita di concezione “moderna”, i <strong>Parrucchieri</strong> sono per lo più francesi. Un censimento del 1762 rileva in Venezia ben 958 fra barbieri e parrucchieri (fra cui 52 donne): un numero che diminuirà al calare del “boom” delle parrucche (nel 1773, ad esempio, scendono già  a quota 787). </span><br />
<span style="color: #000000;"> Un certo padre Michele Casati si scaglia contro i “moderni” Parrucchieri, ritenendo “disonesto e turpe” farsi acconciare il capo da un uomo, soprattutto per difendere la testa dei mariti da altri tipi di “acconciature”: </span><br />
<span style="color: #000000;"> “<em>Perché i sa far le creste / E la fronte un poco alzà<br />
I xe ciamai da tute, / zovene, bele e brute.<br />
I core qua e là. /Per questo elli se crede<br />
De aver gran nobiltà; / nel trato affettatissimi,<br />
el titol d’Illustrissimi / i vol che ghe sia dà</em>”</span></p>
<div id="attachment_1875" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/12/Gerrit_Ludens_Schulteroperation.jpg"><img class="size-medium wp-image-1875" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/12/Gerrit_Ludens_Schulteroperation-300x274.jpg" alt="Sutura di una ferita minore presso un barbiere di Gerrit Ludens" width="300" height="274" /></a><p class="wp-caption-text">Sutura di una ferita minore presso un barbiere di Gerrit Ludens</p></div>
<p><span style="color: #000000;"> <strong>LA CURIOSITA’: COME NASCE LA “SOLANA”<br />
</strong>Ad oggi questo termine è legato al pensiero del classico “colpo di sole” estivo, legato alla lunga esposizione ai raggi solari. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Questa parola deriva però da una vera e propria tecnica  nata nel ‘500 a Venezia, utilizzata per rendere biondi i capelli. Quando il sole era più cocente, le donne erano solite andare nell’altana bagnandosi la testa con una spugna imbevuta d’un acqua intitolata <em>bionda</em> o <em>acqua di gioventù</em>. Asciugati i capelli, tornavano a bagnarli ancora, proseguendo nell’operazione più volte. Nel fare questo, si coprivano le spalle con un telo di seta bianca chiamato <em>schiavonetto</em> e indossavano un cappello di paglia senza fondo – la <em>solana</em>, appunto – attraverso il quale facevano uscire i capelli che andavano ad adagiarsi sulle tese dello stesso, esponendoli così ai raggi solari.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><em>Alberto Sanavia</em></em></span></p>
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<p><span style="color: #808080;">BIBLIOGRAFIA </span><br />
<span style="color: #808080;"> &#8211; Distefano Giovanni – Atlante Storico della Serenissima, 1600-1797 – Supernova, 2010 </span><br />
<span style="color: #808080;"> &#8211; Raponi Nicola &#8211; Le Carte e gli uomini, Storia della cultura e delle istituzioni (secoli XVII-XX) &#8211; Vita e Pensiero, 2004</span><br />
<span style="color: #808080;"> &#8211; De Giorgi Fulvio – La parrucca dei preti</span><br />
<span style="color: #808080;"> &#8211; Manno Antonio – I mestieri di Venezia. Vol. 1 – Biblos Edizioni, 1995</span><br />
<span style="color: #808080;"> &#8211; Tassini Giuseppe – Curiosità Veneziane, Volume 2 – Filippi Editore Venezia, 2009 </span><br />
<span style="color: #808080;"> <em>&#8211; </em>La Ville et la République de Venise, Claude Barbin, 1680 </span><br />
<span style="color: #808080;"> &#8211; Preto Paolo – I servizi segreti di Venezia – Il Saggiatore Tascabili, 2010 </span></p>
<p><span style="color: #808080;"> IMMAGINI </span><br />
<span style="color: #808080;"> &#8211; Il doge Giovanni I Corner, https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Giovanni_Cornaro.jpg </span><br />
<span style="color: #808080;"> &#8211; Il parrucchiere di Pietro Longhi, https://it.wikipedia.org/wiki/File:Pietro_Longhi_013.jpg </span><br />
<span style="color: #808080;"> &#8211; https://pixabay.com/it/users/MichaelGaida-652234/<br />
&#8211; Sutura di una ferita minore presso un barbiere, Gerrit Ludens &#8211; https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/9d/Gerrit_Ludens_Schulteroperation.jpg</span></p>
<p><span style="color: #808080;"> </span></p>
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		<title>Giovan Battista Viani, scultore ligneo “dimenticato”</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Apr 2019 19:09:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>“Il Vianino”: un ingegnoso artista che nella sola Padova ha ben quattro opere, tutte nella chiesa di “Babbo Natale” &#160; Viani, chi era costui? Per farvi comprendere le poche notizie certe su di lui, nella Biografia degli Artisti del 1840, il bellunese Filippo De Boni lo descrive come “cremonese, padre o fratello di Antonmaria”. Un&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/giovan-battista-viani-scultore-ligneo-dimenticato/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>“Il Vianino”: un ingegnoso artista che nella sola Padova ha ben quattro opere, tutte nella chiesa di “Babbo Natale”</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_1741" style="width: 161px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/04/san-bernardino-guarisce-un-re.jpg"><img class=" wp-image-1741" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/04/san-bernardino-guarisce-un-re-236x300.jpg" alt="San Bernardino guarisce un re" width="151" height="192" /></a><p class="wp-caption-text">San Bernardino guarisce un re</p></div>
<p><span style="color: #000000;">Viani, chi era costui? Per farvi comprendere le poche notizie certe su di lui, nella Biografia degli Artisti del 1840, il bellunese Filippo De Boni lo descrive come “cremonese, padre o fratello di Antonmaria”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Un po’ vaga come descrizione iniziale, non c’è che dire. </span><br />
<span style="color: #000000;"> A prescindere dal gradi di parentela (anche se fonti storiografiche datano al 1564 il suo anno di nascita), più fortuna ebbe Antonmaria, nato nel 1540, che però si dedicò soprattutto alla pittura. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Giovan Battista, detto anche “il Vianino” si dedica per lo più alla scultura in legno e lo storico dell’arte Leopoldo Cicognara dice così di lui: “fioriva nel secolo XVII ed attese all’arte della scultura, ove pose ogni suo ingegno, che però divenne in essa eccellente, come dalle sue opere chiaro si può vedere, fra le quali si annoverano il bellissimo ornato del Cristo Risorgente, alla chiesa di San Luca, e di un intaglio eccellentissimo ornamento intero dell’organo della stessa chiesa di San Luca, quale per la bontà del lavoro non si è mai posto a oro, come accadde pure delle due statue che vi sono, una di David, e l’altra di santa Cecilia, così bene scolpite da parer vive. Fece ancora le tre statue del presepio di N. S. in San Michele, e le due cantorie per la Cattedrale, per le quali ebbe 120 scudi in oro”.</span><span style="color: #000000;"><br />
</span><span style="color: #000000;">Decoro e arredo del Santuario della Beata Vergine Maria delle Grazie a Curtarone (MN) fu affidato proprio a lui e al collega Giulio Romano, ma quel che sembra renderlo differente rispetto ad altri della sua epoca, è l’esperienza maturata nei paesi del nord Europa. </span></p>
<div id="attachment_1742" style="width: 207px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/04/san-giovanni-nel-deserto-particolarejpg.jpg"><img class=" wp-image-1742" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/04/san-giovanni-nel-deserto-particolarejpg-300x200.jpg" alt="Particolare - San Giovanni del deserto" width="197" height="131" /></a><p class="wp-caption-text">Particolare &#8211; San Giovanni del deserto</p></div>
<p><span style="color: #000000;"> <strong>PADOVA</strong>. Un’esperienza che si tramuta in grande arte. Ed è qui che arrivano le quattro opere lignee: San Giovanni nel deserto, San Francesco con i segni delle Stigmate, la Bilocazione di Sant’Antonio e San Bernardino che guarisce un re. Queste quattro opere lignee si trovano nella chiesa di San Nicolò a Padova. Il nesso tra Padova e la città d’origine del Viani potrebbe passare per due famiglie: la Cavalcabò di Cremona e la Forzatè di Padova. E’ il Tiraboschi infatti a spiegare nel suo libro dedicato alla famiglia cremonese il legame tra queste due nobili famiglie: “sembra probabile che Giovanni Cavalcabò abbia emigrato in conseguenza dell’anzidetto rovesciamento di sua famiglia in Cremona, e siasi prima rifugiato in quella città presso i suddetti Signori, coi quali poteva avere delle relazioni di parentela o amicizia”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Giordano e Marco Forzatè, guarda caso, sono proprio sepolti nella chiesa di San Nicolò, con il relativo “deposito” posizionato sulla destra rispetto all’ingresso della chiesa.<br />
</span></p>
<div id="attachment_1743" style="width: 167px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/04/bilocazione-di-s.-antonio-dettaglio.jpg"><img class=" wp-image-1743" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/04/bilocazione-di-s.-antonio-dettaglio-200x300.jpg" alt="Dettaglio - Bilocazione di S. Antonio" width="157" height="236" /></a><p class="wp-caption-text">Dettaglio &#8211; Bilocazione di S. Antonio</p></div>
<p><span style="color: #000000;"> <strong>BABBO NATALE, PRIMA DI BARI</strong>. San Nicolò, una delle chiese più nascoste ma più intime della città di Padova, fu costruita prima del 1.088 e inizialmente destinata ad ospitare le spoglie del greco San Nicola di Myra, che successivamente diventerà “famoso” come San Nicola di Bari. Pare che il Santo, prima di diventare vescovo, fece scivolare tre palle d’oro nell’abitazione di una nobile famiglia improvvisamente caduta in povertà: questo per evitare che il capo famiglia avviasse le figlie alla prostituzione. Quelle tre palle dorate che ora sono presenti nell’immagine iconografica del Santo e che solo il tempo e la pubblicità (vedi il “Santa Claus” della Coca Cola) hanno trasformato il Santo nella versione ‘pagana’ oggi conosciuta come Babbo Natale. </span><br />
<span style="color: #000000;"><br />
<strong>LE OPERE DEL VIANI</strong>. Chiusa la parentesi curiosa sulla prima chiesa al mondo dedicata al futuro Babbo Natale, le opere lignee del Viviani si possono ammirare in tutta tranquillità e nella loro maestria di volumi e profondità. Tutte si presentano come opere composte da più strisce verticali od orizzontali (da 4 a 6). Opere che si possono osservare “naso a naso” e nelle quali le scheggiature del tempo evidenziano la straordinaria abilità nell’intaglio del legno, in ogni minimo particolare. Un “ingengo” che il tempo ha cancellato ma che solo i visitatori possono ancora ammirare. Per dare ancora vita a opere che sono vive, oggi più che mai.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Alberto Sanavia</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">BIBLIOGRAFIA</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>&#8211;</strong>De Boni Filippo – “Emporeo biografico metodico, ovvero Biografia degli Artisti”</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>&#8211;</strong>Rinocchietti Demetrio Carlo &#8211; “Scultura e tarsia in legno dagli antichi tempi ad oggi”</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>&#8211;</strong>Panni Anton Maria – “Notizie storiche de’ pittori, scultori ed architetti cremonesi”</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>&#8211;</strong>Tiraboschi Giovanni Carlo – “La Famiglia Cavalcabo ossia Notizie storiche intorno alla medesima”<strong><br />
</strong>-Tellaroli Paola – “Misteri e storie insolite di Padova”</span><br />
<span style="color: #000000;"> -www.comune.curtatone.mn.it </span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>&#8211;</strong>www.sannicolo.padova.it</span></p>
<p>Foto di Alberto Sanavia</p>
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		<title>“Dentro e fuori luogo”, la consacrazione di Lucia Maragno</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2019 09:00:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Dal 9 al 31 marzo l’artista padovana esporrà le sue opere nella Galleria del Teatro Accademico a Castelfranco Veneto (TV). All’indomani della Giornata internazionale della donna, eccezionale possibilità di osservare le nuove realizzazioni con ingresso gratuito Le nuove opere dell’artista padovana Lucia Maragno a Castelfranco Veneto (TV). Dopo l’esposizione avvenuta a cavallo tra il 2018&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/dentro-e-fuori-luogo-la-consacrazione-di-lucia-maragno/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>Dal 9 al 31 marzo l’artista padovana esporrà le sue opere nella Galleria del Teatro Accademico a Castelfranco Veneto (TV). All’indomani della Giornata internazionale della donna, eccezionale possibilità di osservare le nuove realizzazioni con ingresso gratuito</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Le nuove opere dell’artista padovana <strong>Lucia Maragno</strong> a Castelfranco Veneto (TV). Dopo l’esposizione avvenuta a cavallo tra il 2018 e 2019 a Dolo (VE), le realizzazioni artistiche di Lucia Maragno saranno protagoniste a Castelfranco Veneto <strong>dal 9 al 31 marzo </strong>nella Galleria del Teatro Accademico. La mostra aprirà i battenti a seguire della Giornata internazionale della donna: una data simbolica e significativa, che celebrerà la sua arte come fine artigianato dell’intelletto, indagando nei luoghi dell’anima in cui la donna e <a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/03/La-locandina-di-Dentro-e-fuori-luogo.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1684" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/03/La-locandina-di-Dentro-e-fuori-luogo-146x300.jpg" alt="" width="146" height="300" /></a>l’artista divengono protagoniste delle nuove frontiere espressive. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Un percorso che sta riscuotendo esponenziali consensi in ambito regionale e non solo, tanto da ottenere – proprio a Castelfranco Veneto nel 2017 – il primo premio nel concorso nazionale acquerello. Alle <strong>ore 17.30</strong> di <strong>sabato 9 marzo</strong> avverrà così l’inaugurazione della personale intitolata “<em>Dentro e fuori luogo</em>”. La mostra sarà ad ingresso gratuito e seguirà i seguenti orari di apertura: da mercoledì a venerdì dalle 16.00 alle 19.00; sabato, domenica e festivi dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.00. “Dentro e fuori luogo” sarà quindi protagonista per tre settiamane grazie al patrocinio dell’assessorato alla cultura della Città di Castelfranco Veneto. </span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>L’INAUGURAZIONE CON GABRIELLA NIERO</strong>. A presentare l’esposizione nel pomeriggio di sabato 9 marzo sarà la Dott.ssa <strong>Gabriella Niero</strong>, storico dell’arte che commenta così in anteprima le opere di Lucia Maragno: «l’esperienza artistica di questa originale autrice si definisce nella percezione della realtà attraverso gli aspetti più variabili colti nella trasformazione visiva. Il percorso dedicato alle vedute “Dentro e fuori luogo”, rappresenta una conquista espressiva meditata a lungo e assimilata da linguaggi contemporanei vicini alla propria personale ricerca. Dentro e fuori luogo, dentro e fuori la materia stessa&#8230; la percezione viene spogliata da dettagli per essere essenzializzata, giocata e interpretata attraverso l’arte informale. Nei quadri di Lucia la realtà esterna è il punto di partenza. Successivamente si sviluppano un pensiero e nuovi spazi che si dilatano all’infinito. La pittura ci conduce verso il fascino dell’ignoto non luogo».</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>CHI E’ LUCIA MARAGNO</strong>. Lucia Maragno è nata a Padova ed è diplo</span><span style="color: #000000;">mata in Grafica </span><span style="color: #000000;"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/03/Lucia-Maragno.jpg"><img class="alignright  wp-image-1685" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/03/Lucia-Maragno-230x300.jpg" alt="Lucia Maragno" width="141" height="184" /></a></span><span style="color: #000000;">Pubblicitaria all’istituto Ruzza. Dal 2012 ha frequentato la  “Scuola Libera del Nudo” all’Accademia Belle Arti di Venezia. Anche i corsi della “Scuola Internazionale di Grafica” – sempre a Venezia – fanno parte del suo percorso formativo. Negli anni la sua esperienza si è arricchita frequentando le scuole dei maestri padovani : Oscar Nalin, Mario Zoppelletto, Elisabetta Marchesi, Bruno Morato, Sergio Bigolin e nell’ultimo periodo Bruno Gorlato.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>LUCI IN BOTTEGA, IL LUOGO DELLA SUA CREATIVITA’. </strong>Nella sua bottega in via Calogerà 2 a Padova, Lucia Maragno crea costantemente le proprie opere usando tecniche e materiali sempre diversi, condividendole con amiche e amici che trovano significativo lo scambio di esperienze e amicizie. I suoi lavori si possono vedere nel territorio padovano, dei colli euganei e del veneziano, dove in periodi diversi si sono svolte mostre collettive, personali e concorsi. I riconoscimenti non sono mancati con primi, secondi e terzi premi con opere in acquerello e tecniche miste.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>FACEBOOK</strong>. Questa la pagina Facebook ufficiale di Lucia Maragno: <a style="color: #000000;" href="https://www.facebook.com/luciamaragnoartista/">https://www.facebook.com/luciamaragnoartista/</a></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>RICONOSCIMENTI<br />
</strong></span><br />
<span style="color: #000000;"> 2008  </span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso Regionale &#8220;Luigi Titto&#8221; Dolo ve, Segnalazione opera ad olio. </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> 2009  </span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso Nazionale &#8220;50 e più&#8221;  1° premio Farfalla d&#8217;Argento opera ad olio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> 2010  </span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso pitt. Estemporanea Luvigliano Segnalazione opera acrilico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> 2011  </span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso pitt. Estemporanea Costa di Rovigo segnalazione opera tecnica mista.         </span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso pitt. Salboro Villa Vanna  Menzione Speciale.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso pitt. Padova Fiorisce 3° premio opera tecnica mista.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Estemporanea Piazza Erbe Padova con Associazione Xarte 4° premio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> 2012 </span><br />
<span style="color: #000000;"> Biennale di pitt. Z.I.P. Menzione Speciale opera acrilico.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso pitt. Estemporanea Stanghella  2° premio acquerello.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso pitt. Estemporanea Arzergrande 2° premio acquerello</span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso pitt. Estemporanea Este Segnalazione opera ad olio</span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso Regionale &#8220;Luigi Titto&#8221; Dolo 1° premio acquerello.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso pitt. Estemporanea Luvigliano 2° premio acquerello</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> 2013  </span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso Nazionale Miniquadro &#8220;Bepi Spolaor&#8221; Mira 3° premio opera olio.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso Pitt. Curtarolo 3° premio acquerello, pres. comissione maestro Galluppo</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> 2014</span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso pitt. Estemporanea Stanghella 3° premio acquerello.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso  pitt. Estemporanea Este 1° premio acquerello.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">2015  </span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso pitt. Estemporanea Este 2° premio acquerello.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> 2016  </span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso Nazionale Miniquadro&#8221;Bepi Spolaor&#8221; dolo 3° premio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> 2017  </span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso Nazionale &#8220;Luigi Titto&#8221; Dolo 2° premio pittura olio.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Concorso Nazionale Acquerello Castelfranco Veneto 1° premio.</span><br />
<span style="color: #000000;">&#8212;</span><br />
<span style="color: #000000;"> <em><br />
Press Office Lucia Maragno</em></span></p>
<p>Alberto Sanavia<br />
<a style="color: #000000;" href="mailto:info@albertosanavia.com"><em>info@albertosanavia.com</em></a><em><br />
</em><a style="color: #000000;" href="http://www.albertosanavia.com"><em>www.albertosanavia.com</em></a></p>
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		<title>La storia del Ponte della Libertà che trasformò Venezia in penisola</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Feb 2019 13:24:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Che lo si chiami “Gran Ponte sulla veneta Laguna”, “Ponte Littorio” o “Ponte della Libertà”, esso ha cambiato vita a Venezia e ai veneziani. A 172 anni dalla sua inaugurazione, il vento è divenuto complice del suo provvisorio “isolamento” &#160; Che andiate in auto, in treno, con i mezzi pubblici o in bicicletta, il primo&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/la-storia-del-ponte-della-liberta-che-trasformo-venezia-in-penisola/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>Che lo si chiami “Gran Ponte sulla veneta Laguna”, “Ponte Littorio” o “Ponte della Libertà”, esso ha cambiato vita a Venezia e ai veneziani. A 172 anni dalla sua inaugurazione, il vento è divenuto complice del suo provvisorio “isolamento”</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Che andiate in auto, in treno, con i mezzi pubblici o in bicicletta, il primo approccio con Venezia passa attraverso un ponte. Come un’insolita anguilla della terraferma che prova a morderla invidiosa, il <strong>Ponte della Libertà</strong> è l’anticamera dell’ingresso nella città senza tempo. Alla stregua di Caronte, questi attuali 3.850 metri traghettano i visitatori verso un’esperienza unica nel suo genere. Vi accorgerete che Venezia nasconde sempre qualcosa, vi dona un’immagine che ne cela altre. Racconta storie e bugie, come una donna affascinante che stringe la mano al proprio uomo strizzando l’occhio ad un passante. Vi accorgerete che Venezia svelerà segreti, abbatterà certezze, rinnoverà la vostra conoscenza con un pizzico di magia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>MUSSOLINI? NON ERA ANCORA NATO<br />
</strong>Ecco che la prima bugia – seppur veniale – transita già su questo ponte, anzi, doppio ponte. In molti sostengono che il Ponte della Libertà fu fatto costruire da Benito Mussolini. Anzitutto non si chiamava Ponte della Libertà ma “<strong>Gran Ponte sulla veneta laguna</strong>” e fu edificato (in prima realizzazione), 42 anni prima della nascita del dittatore italiano. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La prova arriva dal libro di <strong>Giovanni Gerlin</strong> – oggi conservato nella Osterreichische Nationalbibliothek – dato alle stampe dalla tipografia veneziana di Giovanni Cecchini. L’impero asburgico sotto la guida di Ferdinando I d’Austria, che tanto aveva tolto e dato al popolo veneziano, citando il Gerlin “il <strong>27 novembre 1840</strong> concedette ad una società lombardo-veneta l’erezione di questo ponte che lungo 3.600 metri e di archi 222 costò sei milioni di lire correnti”. Presumibilmente, all’epoca, tale opera non fu vista subito con positività dai veneziani (soprattutto dai barcaioli), tanto che lo stesso Gerlin nella sua prefazione precisò che “noi faremo riflettere che da un aumentato e più vivo movimento di passeggeri e di oggetti fino a Venezia, consegue un più animato movimento nell’interno di essa”.  La direzione dei lavori fu affidata all’ingegner <strong>Andrea Noale</strong> e oltre 1000 uomini al giorno presero parte all’opera, piantando complessivamente in acqua 80 mila pali di larice per le fondazioni e utilizzando 21 milioni di mattoni cotti. Il Gran Ponte venne inaugurato domenica <strong>11 gennaio 1846</strong> ma aperto al pubblico da mercoledì 14 gennaio dello stesso anno, divenendo così il ponte più lungo del mondo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>LA RINASCITA<br />
</strong>Nel 1931, il bresciano <strong>Eugenio Miozzi</strong> vinse il concorso pubblico per titoli di Ingegnere della direzione lavori e servizi pubblici del Comune di Venezia. La sua rivoluzione urbanistica – un po’ come avvenne un secolo prima sotto il controllo austriaco – servì a ridare slancio alla città. Non è un caso che il <strong>15 ottobre del  1973</strong> il consiglio comunale gli assegnò il titolo di Capo emerito del Comune di Venezia come “novatore e restauratore di vecchi sistemi”. Oltre a progettare e sostituire i due ponti in ferro sul Canal Grande, fece erigere in legno provvisorio il <em>ponte dell’Accademia</em> e il <em>ponte degli Scalzi</em> (in pietra e inaugurato il 28 ottobre 1934). Miozzi non fece altro che riprendere in mano il progetto del suo collega <strong>Vittorio Umberto Fantucci</strong> (in un turbolento rapporto di amore e conflitto con il Governo del tempo). Il <strong>25 aprile del 1933</strong> il Gran Ponte venne affiancato dalla nuova opera, che permise l’accesso a Venezia con le automobili. Inaugurato dai principi di Piemonte Umberto e Maria Josè, prese così il nome di <strong>Ponte Littorio</strong> dato che quel giorno a presenziare vi fu anche il prima citato Benito Mussolini. Un nome (il secondo) che durò fino alla caduta del fascismo, venendo poi mutato in Ponte della Libertà, che mantiene ancora oggi. Negli anni ’70 e ’80 furono aumentate – non senza difficoltà – le linee ferroviarie e ad oggi si presenta come un ponte formato da due carreggiate separate con due corsie per senso di marcia (ora è presente anche una linea per il tram). I binari ferroviari sono quattro e vi è un lungo marciapiede con pista ciclabile a completamento dello stesso. </span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="color: #000000;"><strong>IL VENTO CHE VUOLE ISOLARE VENEZIA<br />
<a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/02/Venise_Aero_Pont_de_la_Liberté.jpg"><img class="alignright  wp-image-1673" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/02/Venise_Aero_Pont_de_la_Liberté-300x171.jpg" alt="Ponte della Libertà Venezia" width="211" height="120" /></a></strong>La pista ciclabile, a seguito della giornata di maltempo verificatasi l’<strong>11 giugno 2016</strong>, fu divelta dal vento in quanto la passerella in legno era semplicemente poggiata sulla struttura, ma senza essere assicurata alla stessa. Chissà cosa avrebbe commentato il Gerlin.. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Non solo. A poco più di 172 anni dalla sua inaugurazione – ed esattamente il <strong>25 febbraio 2018</strong> – un grosso palo in acciaio cadde rovinosamente a terra all’altezza del pilone 70, sempre a causa delle forti raffiche di vento. Per più di 8 ore la circolazione fu bloccata in entrambi i sensi di marcia, riportando per brevissimo tempo Venezia alle sue origini di “isola”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>LA PIETRA, CHE MODERNITA’…<br />
</strong>A proposito di ponti… bisogna scomodare il filologo e storico <strong>Giovanni Battista Gallicciolli</strong> per capire che inizialmente i ponti di Venezia erano in <strong>legno</strong>. Realizzati in modo semplice &#8211; cioè piani &#8211; perché appoggiati sopra pali di sostegno, al massimo potevano essere appena un poco arcuati. Di sicuro non avevano gradini, in modo da poter essere cavalcati liberamente (può sembrare strano ma i cavalli a Venezia una volta c’erano, eccome). Il primo ponte in pietra pare che nacque ufficialmente il <strong>10 giugno del 1337</strong> in quanto venne citato nel libro <em>Philipicus</em> come “S. Barnabae pons lapideus struitur”. Per costume, i ponti dovevano essere realizzati e curati dai residenti dei sestieri, che facevano capo ai Capi di Contrada. Tra pubblici e privati, oggi a Venezia si contano 435 ponti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Alberto Sanavia</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em> </em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>&#8212;<br />
NOTE<br />
&#8211; Copertina: disegno del Gran ponte sulla veneta laguna del 1846<br />
&#8211; Photo By Didier Descouens (Own work) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], via Wikimedia Commons &#8211; </em>https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3AVenise_Aero_Pont_de_la_Libert%C3%A9.jpg </span></p>
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		<title>Venezia: le storie incredibili della Chiesa dei Santi Geremia e Lucia</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Aug 2018 20:41:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>L’annegato che benedice le imbarcazioni, la Santa dalle spoglie senza pace che guarì Dante e l’unica scultura snodabile al mondo non costruita da mano umana. Dove si trovano tutte queste cose? In una delle chiese di Venezia più trascurate dai turisti. Nonostante migliaia di essi ci passino a fianco. Ogni giorno &#160; Ammettiamolo. I veneziani&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/venezia-le-storie-incredibili-della-chiesa-dei-santi-geremia-e-lucia/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>L’annegato che benedice le imbarcazioni, la Santa dalle spoglie senza pace che guarì Dante e l’unica scultura snodabile al mondo non costruita da mano umana. Dove si trovano tutte queste cose? In una delle chiese di Venezia più trascurate dai turisti. Nonostante migliaia di essi ci passino a fianco. Ogni giorno</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Ammettiamolo. I veneziani un po’ godono nel far sentire in colpa il turista: “i xe vegnui qua a butare e scoasse”. Tradotto: “sono arrivati qui per buttare la spazzatura”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Per farvi vivere questa sensazione di turistico disagio, non appena metterete i vostri piedi al di fuori dalla <strong>stazione Ferroviaria di Santa Lucia</strong>, sappiate che per consentirvi tale passo hanno abbattuto una chiesa. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Quella di Santa Lucia, appunto, che tra l’altro conteneva le spoglie della povera martire. </span><br />
<span style="color: #000000;"> A ricordarlo c’è un’iscrizione sul selciato, proprio dopo aver sceso le scale che troverete davanti a voi. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Vi sentite abbastanza in colpa ora?<br />
</span><span style="color: #000000;">Ma soprattutto: che fine ha fatto il corpo della povera Lucia? </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Tranquilli, dal 1.861 è stata “adottata” da una chiesa di cui si parla poco, nella quale spesso potrete camminare da soli in tranquillità. Una chiesa che nasconde curiosità, aneddoti e opere uniche al mondo. Una chiesa spesso tenuta al di fuori degli itinerari da guide turistiche “veloci-che-andiamo-a-Rialto-e-in-Piazza-San-Marco”. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Ecco perché ho deciso di raccontarvi le bellezze e le leggende legate alla <strong>Chiesa dei Santi Geremia e Lucia</strong>. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>ARRIVIAMOCI</strong>. Scendete le scale e svoltate a sinistra proseguendo lungo <strong>Lista di Spagna</strong>. <em>Lista</em> era la strada davanti alle ambasciate straniere ed era così chiamata perché contraddistinte a terra con righe in pietra d’Istria; <em>Spagna</em> perché la dimora dell’ambasciatore di Spagna era a palazzo Frizier-Zeno, situata circa a metà del percorso. Ma non è di questo che dobbiamo parlare.</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>“VUOI MANGIARE?”.</strong> Ad un tratto arriverete in Campo San Geremia. Ve ne accorgete perché trovate il primo spazio aperto, in cui a destra sono posizionate bancarelle di ambulanti cingalesi che vendono oggetti veneziani Made in China, oltre alla richiestissima maglia tarocca di <strong>Cristiano Ronaldo</strong>. Prima di proseguire verso il restringimento di Salizada San Geremia (la riconoscete perché alla vostra sinistra cercheranno di placcarvi i camerieri della trattoria Vittoria e a destra quelli del ristorante Pedrocchi), fermatevi e osservate quella parte del campo completamente vuota. Lì potete vedere Palazzo Labia e la prima facciata della chiesa. Già. La prima. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>LA DOPPIA FACCIATA E I LAVORI DI COMPLETAMENTO CHE DURARONO 100 ANNI</strong>. La <strong>Chiesa dei Santi Geremia  e Lucia</strong> che osserviamo oggi risale a un</span></p>
<div id="attachment_1502" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/08/IMG_20180721_164152.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1502" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/08/IMG_20180721_164152-150x150.jpg" alt="Il Campanile della Chiesa dei SS. Geremia e Lucia affiancato a Palazzo Balbi" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Il Campanile della Chiesa dei SS. Geremia e Lucia affiancato a Palazzo Balbi</p></div>
<p><span style="color: #000000;">progetto che vide luce nel 1.753 dall’architetto lombardo Carlo Corbellini. Nonostante la prima messa del nuovo corso si fosse svolta il 27 aprile 1.760, i lavori si conclusero solo nel… 1.861. Quasi 100 anni: poi non lamentiamoci della lentezza dei cantieri moderni…  </span><br />
<span style="color: #000000;"> Sappiate però che la primissima costruzione di questo edificio risalirebbe al 1.116, ma solo nel 1.292 fu ampliata dal doge Sebastiano Ziani. Il campanile che ancora oggi vediamo è del 1.200, anche se la cella campanaria e il tamburo hanno registrato successive aggiunte di tipo gotico.<br />
</span><span style="color: #000000;">Attualmente la particolarità di questa chiesa è la “doppia facciata”: una verso il canale di Cannaregio e l’altra verso l’omonimo campo di S. Geremia (quest’ultima un tempo presentava un portico laterale, oggi scomparso). </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>L’ANNEGATO CHE BENEDICE LE IMBARCAZIONI</strong>. Attraversando la Chiesa dall’ingresso di campo San Geremia e uscendo dalla parte opposta su Cannaregio, troverete la statua di <strong>S. Giovanni Nepomuceno</strong> (1340-1393).<br />
</span><span style="color: #000000;">Vi volta le spalle, lo so. Ma non lo fa per cattiveria.</span></p>
<div id="attachment_1503" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/08/IMG_20180721_163745.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1503" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/08/IMG_20180721_163745-150x150.jpg" alt="&quot;Con gli occhi di S. Giovanni&quot;: ecco cosa vede la statua" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">&#8220;Con gli occhi di S. Giovanni&#8221;: ecco cosa vede la statua</p></div>
<p><span style="color: #000000;"><br />
</span><span style="color: #000000;">La sua storia anzi è molto triste. Di origine boema, dopo la laurea ottenuta a Padova ritornò nella sua terra come vicario dell’arcivescovo. Nella lotta “politica” tra Re Venceslao IV e il vescovo Jenstein, il Re non volle fisicamente colpire l’alto prelato (giusto per evitare sommosse) e così si sfogò sul suo vicario che finì in prigione per poi essere condannato all’annegamento nel fiume Moldava. Vi è anche una seconda versione molto “gossip”. La leggenda vuole che Giovanni fosse confessore delle Regina. Tenendo fede al silenzio del confessionale, il Re fece annegare il vicario per gelosia.<br />
</span><span style="color: #000000;">Insomma, in un modo o nell’altro, S. Giovanni Nepomuceno è divenuto (controvoglia per lui) il protettore di coloro che hanno contatti con l’acqua, motivo per cui la sua statua oggi osserva e benedice le imbarcazioni sul Canal Grande. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>IL SANTO INCARICATO DI COSTRUIRE 8 CHIESE</strong>. Sappiate che in passato la chiesa ospitò le spoglie di <strong>San Magno</strong>, vescovo di Oderzo ed Eraclea, morto alla bellezza di 90 anni nel 670 (un record per l’epoca!). Inizialmente ad Eraclea, le sue spoglie furono traslate qui nel 1.206 (nel luogo dove – da vivo – si rifugiò per sfuggire alle invasioni longobarde). Pare che, prima di morire, ebbe un sogno divino nel quale avrebbe ricevuto l’incarico di far costruire otto chiese in Venezia: S. Pietro Apostolo, San Raffaele Arcangelo, il Salvator nostro Gesù Cristo, Santa Maria Formosa, San Giovanni Battista detto in Bragora, San Zaccaria, Santa Giustina Vergine e Martire e i Santi 12 Apostoli. Dal 1956 le spoglie mortali di san Magno hanno fatto ritorno nella “sua” Eraclea. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>SANTA LUCIA E LE SUE SPOGLIE SENZA PACE</strong>. Ma torniamo a <strong>Santa Lucia</strong>. Ella nacque a Siracusa nel 281 da una famiglia molto ricca. Bellissima e aggraziata, si consacrò a Dio quando andò con la madre Eutichia a seguire i festeggiamenti per Santa Agata. In sogno Agata predisse a Lucia la sua santità e al risveglio la madre guarì dalla emorroissa (continua perdita di sangue). Nonostante le insistenze di un giovane che la voleva in sposa, Lucia seguì la propria vocazione. Imputata della sua fede cristiana da Pascasio, Prefetto della città di Siracusa, ella non cedette. Il 13 dicembre 304 fu giustiziata e nel 314 fu innalzato un tempio in suo onore a seguito dei tanti miracoli che la gente diceva di aver ottenuto. Le reliquie furono portate a <strong>Costantinopoli</strong> nel 1.038 per poi essere traslate nella basilica di <strong>San Giorgio Maggiore</strong> a Venezia nel 1.204 a seguito</span></p>
<div id="attachment_1504" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/08/IMG_20180721_162934.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1504" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/08/IMG_20180721_162934-150x150.jpg" alt="Il corpo di Santa Lucia e la maschera d'argento" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Il corpo di Santa Lucia e la maschera d&#8217;argento</p></div>
<p><span style="color: #000000;">della IV Crociata. Nel 1.313 il suo corpo fu portato nella <strong>chiesa di Santa Lucia</strong>, fino all’abbattimento della chiesa stessa. Il 7 novembre del 1981 <strong>i suoi resti vennero rubati</strong> da alcuni malfattori che chiesero un cospicuo riscatto. Recuperato alcuni mesi dopo, nel 1955 il cardinale Angelo Roncalli (poi Papa Giovanni XXIII) fece preparare una maschera d’argento per coprirle il volto. Infine nel 2004, in occasione del 17° centenario del martirio, il “sacro corpo” venne <strong>provvisoriamente traslato </strong>dal 15 al 22 dicembre nella sua Siracusa.<br />
</span><span style="color: #000000;">Ad oggi si può definitivamente dire che – dopo tanto tribolare – Santa Lucia riposa finalmente in pace. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>PROTETTRICE DELLA VISTA: LEGGENDA O SCAMBIO DI PERSONA?</strong> Oggi Santa Lucia è venerata come protettrice della vista. La sua rappresentazione iconografica è quella di una santa che regge in mano un piatto con due bulbi oculari. Una leggenda nata in età umanistica e con varie similitudini rispetto a una popolare tradizione indiana. L’omonimia con un’altra santa (che si sarebbe tolta gli occhi per liberarsi da un’incauta persona) e l’etimologia del nome Lucia=luce, hanno fatto il resto. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>LA SANTA CHE GUARI’ DANTE ALIGHIERI</strong>. Ad avvalorare comunque queste virtù sulle malattie agli occhi (e a togliere ogni dubbio ai malpensanti), vi sono vari miracoli registrati, uno fra tutti considerato il più curioso. Secondo quanto riferito da Jacopo, figlio del sommo poeta <strong>Dante Alighieri</strong>, lo scrittore avrebbe subito un grave danno alla vista a causa delle numerose lacrime sparse per la morte di Beatrice. Dopo aver invocato spesso Santa Lucia, Dante Alighieri sarebbe guarito. A riconoscenza di questo miracolo, Dante la citò nel 2° canto dell’Inferno, nel 9° del Purgatorio e nel 33° del Paradiso, posizionandola nella rosa dei beati davanti ad Adamo e affidandole il ruolo di colei che convinse Beatrice ad avvicinarsi a Dante quando lui venne respinto dalle tre fiere nella nota “selva oscura”. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>L’UNICA SCULTURA “SNODABILE” AL MONDO… NON CREATA DA MANO UMANA</strong>. A pochi passi di distanza dal corpo di Santa Lucia, sopra all’altare posizionato alla sua destra, vi è la scultura del <strong>Cristo crocefisso acheròpita</strong>, ossia “non fatto da mano (umana)”. Fu San Paolo a coniare questo termine di origine greco-bizantina. “Gli Dei fatti con mano d’uomo non sono Dei”, disse ad Efeso dove vi era una vasta quantità di statue dedicata ad Artemide, madre degli Dei. L’attacco agli idoli paesani era volto alla proibizione giudaica di queste rappresentazioni, a favore della figura del vero corpo di Cristo.<br />
</span><span style="color: #000000;">Va anzitutto detto che, oltre a quella di Venezia,  di opere acheropite “riconosciute” ne</span></p>
<div id="attachment_1505" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/08/IMG_20180721_163353.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1505" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/08/IMG_20180721_163353-150x150.jpg" alt="Il Cristo crocefisso &quot;non creato da mano umana&quot;" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Il Cristo crocefisso &#8220;non creato da mano umana&#8221;</p></div>
<p><span style="color: #000000;">esistono pochissime. 7 in Italia: la Sacra Sindone di Torino, il velo della Veronica e il dipinto della Sancta Sanctorum del Laterano a Roma, il sacro volto di Edessa nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni a Genova, il Santo Volto a Lucca e quello a Sansepolcro, oltre all’immagine della Madonna nella cattedrale di Maria Santissima Achiropita a Rossano, in provincia di Cosenza. Nel resto del mondo se ne riconoscono altre 4: un’icona nel monastero della Grande Lavra e una nel monastero d’Iviron in Grecia, l’icona nella chiesa di Notre-Dame-des-Miracles a Saint-Maur in Francia e l’immagine della Madonna di Guadalupe a San Juan Diego in Messico.<br />
</span><span style="color: #000000;">Il Cristo crocefisso di Venezia, oltre ad essere una delle sole tre sculture acheropite oltre a quelle di Lucca e Sansepolcro, ha <strong>una</strong> <strong>caratteristica che lo differenzia da tutti gli altri</strong>: le braccia articolate, ideate per il trasporto delle reliquie in occasione degli anni giubilari. Per il Giubileo del 1.700, infatti, esso fu portato a Roma dove concesse numerose grazie.<br />
</span><span style="color: #000000;">Inizialmente scolpito da uno dei fondatori dell’Ordine dei Padri Francescani Cappuccini (1.525/8), prima di morire affidò l’opera a Fra’ Colombano Da Mula perché la terminasse. Dopo la morte dell’amico, Padre Colombano però si accorse che l’opera si era compiuta da sola. Dopo un soggiorno in questa Chiesa durante la Quaresima del 1602, il Frate donò la scultura alla parrocchia per essere venerata, compiendo così un gran numero di miracoli. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>GLI OGGETTI DELLA PASSIONE DI CRISTO</strong>. Nella cripta della Chiesa sono inoltre presenti numerose <strong>reliquie</strong>: dal gallo di San Pietro alla brocca d’acqua di Pilato utilizzata per “lavarsi le mani”, passando per la mano e la borsa di Giuda, oltre alla tenaglia, al martello e ai chiodi utilizzati per la crocefissione di Gesù. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il beneficio del dubbio sulla loro autenticità, però, è umanamente comprensibile.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Ok. Santa Lucia, San Magno… ma Geremia? Vi chiederete, giustamente.<br />
</span><span style="color: #000000;">Del profeta biblico nativo di Gerusalemme si può parlare della fine, ossia ucciso dai suoi connazionali per i troppi rimproveri rivolti al proprio popolo. </span><span style="color: #000000;"><br />
<em>Nemo propheta in patria.<br />
</em>Ci ha pensato Venezia a dargli idealmente una casa tranquilla.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Alberto Sanavia</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE<br />
</span><span style="color: #000000;">&#8211; Iscrizioni dall’interno della Chiesa dei Santi Geremia e Lucia<br />
</span><span style="color: #000000;">&#8211; Boccato Alessandra, “Chiese di Venezia”, Arsenale Editrice, Venezia, 1998<br />
</span><span style="color: #000000;">&#8211; Brusegan Marcello, “Guida insolita… delle chiese di Venezia”, Newton &amp; Compton Editori, 2004<br />
</span><span style="color: #000000;">&#8211; Brusegan Marcello, “La grande guida dei monumenti di Venezia”, Newton &amp; Compton Editori, 2005<br />
</span><span style="color: #000000;">&#8211; Corner Flaminio &#8211; “Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia e di Torcello”, Venezia, 1828<br />
</span><span style="color: #000000;">&#8211; Crivellari Bizio Marina, “Campi Veneziani”, Filippi Editore Venezia, 2009<br />
</span><span style="color: #000000;">&#8211; Jonglez Thomas e Zoffoli Paola, “Venezia insolita e segreta”, Edizioni Jonglez, Chambray-Les-Tours, 2014<br />
</span><span style="color: #000000;">&#8211; Rizzo Tiziano, “I ponti di Venezia”, Newton Compton Editori, 1998<br />
</span><span style="color: #000000;">&#8211; Tassini Giuseppe, “Curiosità veneziane”, Premiata tipografia Cecchini, Venezia, 1863<br />
</span><span style="color: #000000;">&#8211; Toso Fei Alberto, “Misteri di Venezia”, La Toletta Edizioni, Venezia, 2011</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">IMMAGINI<br />
</span><span style="color: #000000;">Tutte le foto sono state realizzate da Alberto Sanavia</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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		<title>Quanti sono i ponti a Venezia?</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2018 12:25:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>E’ vero che i ponti di Venezia inizialmente erano in legno? Quando fu costruito il primo ponte di pietra a Venezia? I ponti di Venezia erano senza sponde? Ne sono rimasti ancora? Un po’ di risposte alle tante curiosità sui ponti di Venezia. Una su tutte: nel 1800, circa 5 morti all’anno per “ernia” a&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/quanti-sono-i-ponti-a-venezia/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>E’ vero che i ponti di Venezia inizialmente erano in legno? Quando fu costruito il primo ponte di pietra a Venezia? I ponti di Venezia erano senza sponde? Ne sono rimasti ancora? Un po’ di risposte alle tante curiosità sui ponti di Venezia. Una su tutte: nel 1800, circa 5 morti all’anno per “ernia” a causa dei ponti </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra pubblici e privati, oggi a Venezia si contano 435 ponti che collegano complessivamente 121 isole.</p>
<p>Non fatevi però ingannare perché si tratta di un numero che “vive” e si modifica nel tempo. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, il loro numero tende a diminuire. Basti pensare che intorno alla metà del ‘500 i ponti in pietra erano 450 e – man mano che vennero interrati i rii – molti di questi furono abbattuti.<br />
I più scrupolosi potrebbero poi disquisire su passerelle , ponti doppi segnalati come singoli (vedi ad esempio <em>Pasqualino e Avogadro</em> dietro la chiesa di Santa Maria Formosa) e ponti sospesi che non vengono considerati, ad eccezione del Ponte dei Sospiri che entra nel computo soprattutto per la sua fama. Insomma, anche nel caso in cui iniziaste a contarli uno a uno, in alcuni momenti potreste fermarvi e chiedervi se tale conto sia effettivamente giusto. Col rischio che nel frattempo Venezia sia già mutata al termine della vostra conta.</p>
<p>Bisogna scomodare il filologo e storico Giovanni Battista Gallicciolli per capire però che inizialmente<strong> i ponti di Venezia erano in legno</strong> (<em>tolette</em>). Realizzati in modo semplice &#8211; cioè piani &#8211; perché appoggiati sopra pali di sostegno, al massimo potevano essere appena un poco arcuati. Di sicuro non avevano gradini, in modo da poter essere cavalcati liberamente (può sembrare strano ma i cavalli a Venezia una volta c’erano, eccome). L’uso del cavallo venne a cessare solo verso la fine del XV secolo. I primi ponti in legno fanno riferimento all’anno 813, in concomitanza con il trasferimento della sede ducale a Rialto, che a tutti gli effetti fu una delle prime isole – se non la prima – in cui i veneziani si rifugiarono per scappare dall’invasione di Attila nel V secolo.</p>
<p>Il <strong>primo ponte in pietra di Venezia</strong> nacque ufficialmente il dieci giugno del 1337 in quanto venne citato nel libro <em>Philipicus</em> come “S. Barnabae pons lapideus struitur”. Per costume, i ponti dovevano essere realizzati e curati dai residenti dei sestieri, che facevano capo ai Capi di Contrada. Sembra da sfatare il mito per cui il primo ponte in pietra sia quello <em>della Paglia</em> eretto nel 1360 e menzionato da Carlo Zancaruolo.</p>
<p>Da dati statistici del 1846, pare che per la “fievolezza de’ corpi e la frequenza de’ ponti”, le ernie siano più frequenti che altrove, tanto da indicare in <strong>5 i morti medi ogni anno</strong> per questo singolare problema.</p>
<div id="attachment_1343" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/Zompini-Gaetano-Le-arti-che-vanno-per-via-nella-città-di-Venezia.png"><img class="size-thumbnail wp-image-1343" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/Zompini-Gaetano-Le-arti-che-vanno-per-via-nella-città-di-Venezia-150x150.png" alt="Ponti senza sponde nelle stampe dell'epoca" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Ponti senza sponde nelle stampe dell&#8217;epoca</p></div>
<p>I ponti di Venezia inizialmente erano senza sponde, spalliere o ringhiere e solo nel corso dei secoli (soprattutto nell’800) queste vennero aggiunte nelle varie opere di restauro (al sopra citato San Barnaba furono installate ringhiere in ferro fuso nel 1873). <strong>A mantenere la costruzione senza sponde sono rimasti due ponti</strong>: il ponte Chiodo a Cannaregio in Venezia e il ponte del Diavolo nell’isola Torcello.<br />
Il ponte Chiodo fu restaurato nel 1930 e a tutti gli effetti è un ponte privato perché immette in un’abitazione. Il nome deriva dall’omonima famiglia Chiodo, storicamente legata a Venezia dal notaio Giacomo Chiodo che possedeva una casa in contrada San Felice, proprio dove si trova il ponte.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Alberto Sanavia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE<br />
&#8211; Correr Giovanni, “Venezia e le sue lagune – Vol. 2”, Stabilimento Antonelli, 1847, Venezia<br />
&#8211; Di Stefano Giovanni, “Come nasce Venezia?”, Supernova, 2014, Venezia<br />
&#8211; Fulin Rinaldo e Molmenti Pompeo Gherardo, “Guida artistica e storica di Venezia”, 1881, Venezia<br />
&#8211; Longo Antonio, “Dell’origine e provenienza in Venezia de’ cittadini originari”, Tipografia Casale, 1817, Venezia<br />
&#8211; Molmenti Pompeo Gherardo, “Venezia”, Istituto Italiano d’Arti grafiche, 1907, Bergamo<br />
&#8211; Rizzo Tiziano, “I ponti di Venezia”, Newton Compton Editori, 1998, Roma<br />
&#8211; Romanin Samuele, “Storia documentata di Venezia &#8211; II Tomo”, Giusto Fuga Editore, 1912<br />
&#8211; Tassini Giuseppe, “Curiosità Veneziane – Vol. 2”, Filippi Editore, 2009, Venezia<br />
&#8211; <a href="https://www.comune.venezia.it/it/content/venezia-accessibile-0">https://www.comune.venezia.it/it/content/venezia-accessibile-0</a></p>
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