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	<title>Alberto Sanavia &#187; leggenda</title>
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		<title>Quando è nata Venezia? L’analisi completa di una leggenda</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 22:01:33 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si visita una città è solito chiedersi il periodo storico in cui essa si sia formata. L’unicità strutturale di Venezia la costringe però a dover creare e alimentare di continuo miti e leggende con cui fornire risposte apparentemente credibili, dato che quelle esatte spesso mancano. Ecco che il turista in arrivo a Venezia pone una domanda che oggettivamente non può ottenere una risposta sensata, ossia: “<strong>Quando è nata Venezia?</strong>”.<br />
Questa ricerca di un inusuale “compleanno storico” permette al visitatore di dare un senso a Venezia stessa, perché a prima vista può apparire come l’opera di un folle genio. Nel corso dei secoli, tale data di concepimento fu trovata e col passare del tempo in molti hanno voluto impossessarsi di tale paternità, non tanto per la città in sé, ma per la vita del suo antico popolo che – come scrisse Galibert Leone nel 1847 – “ha di particolare di essere stata per così dire tutta <strong>esteriore</strong>: Venezia infatti non somiglia in nessun rapporto a quelle repubbliche italiane del medio evo, i di cui annali ripieni di lotte interne, di domestiche rivalità, non oltrepassano le mura cittadine o il recinto della pubblica piazza. Troppo ristretta in se stessa, cerca altrove l’espansione che manca alla sua esistenza, l’ingrandisce e la rende completa con la conquista e con l’assimilazione: così la sua storia, collegandosi con quella dell’Europa o dell’Asia, acquista grandiose proporzioni”.<br />
Ecco che per conoscere la sua nascita  – almeno per questa volta – <b>è necessario </b><span style="color: #000000;"><b>abbatterne</b></span><b> la leggenda</b>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>25 MARZO 421<br />
</strong>Bisogna partire non tanto dall’anno, quanto dal giorno. Per la chiesa cattolica, il <strong>25 marzo</strong> corrisponde all’Annunciazione del Signore. Quale momento migliore per far nascere Venezia? La benedizione divina sulla città è quindi la prima forzatura umana.<br />
Relativamente all’anno, <strong>perché proprio il 421</strong>? Difficile orientarsi sulla fondatezza di una leggenda, ma in questo caso si può andare per supposizioni e per farlo si deve anzitutto osservare l’aspetto territoriale di quell’area del Veneto.<br />
In quei secoli il territorio lagunare si stava geograficamente plasmando. Scendendo dalle Alpi o dalle Prealpi, fiumi quali il Po, Adige, Brenta, Piave, Livenza, Tagliamento e altri fiumi minori trascinavano verso il mare una grandissima quantità di sabbia e fango. Rallentando verso la foce,  questi sedimenti  davano vita a paludi e isolotti che, per via delle maree e delle correnti, si trasformavano in lunghe strisce di terreno parallele alla costa: i <em>lidi</em>. Nella terra di mezzo &#8211; tra quest’ultimi e la terraferma &#8211; nasceva la <em>laguna</em>. Canali più o meno profondi s’insinuavano in questo territorio difficilmente accessibile da parte delle imbarcazioni. A meno che non si conoscesse quell’area come le proprie tasche. E’ proprio per questa ragione che le popolazioni venete, alle prese con le continue invasioni da parte di Unni, Sarmati, Goti, Alani e Vandali (408) videro in quest’area il luogo ideale in cui rifugiarsi.<br />
L’impero romano, che fino ad allora aveva assicurato una sorta di “protezione” contro gli</p>
<dl id="attachment_1359" class="wp-caption alignright" style="width: 160px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="https://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/Alarico1.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1359" src="https://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/Alarico1-150x150.jpg" alt="Alarico, re dei Visigoti" width="150" height="150" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Alarico, re dei Visigoti</dd>
</dl>
<p>invasori alle popolazioni venete, stava lottando con la sua stessa esistenza. Prova ne fu l’ingresso di Alarico, re dei Visigoti, a Roma (410). Un’ulteriore leggenda racconta che Alarico morì a Cosenza e venne sepolto sotto il “magico” fiume Busento insieme al suo tesoro. Probabilmente fu in quegli anni che i veneti presero coscienza della loro necessità di tutelarsi da soli, colonizzando quindi quell’intricato labirinto della laguna che si trasformava in una magnifica fortezza naturale.<br />
Nel frattempo, in quel di Roma, da quel fatidico 410 l’imperatore Onorio divenne sempre più debole, tanto che l’8 febbraio 421  il cugino Flavio Costanzo (meglio conosciuto come <strong>Costanzo III</strong>) divenne co-imperatore grazie alle sue abilità di Generale sul campo. Il sogno di risollevare l’impero romano d’occidente provando a convincere inoltre Teodosio II (Impero romano d’oriente) a riconoscere la sua nuova carica, durò però per pochissimo tempo, perché morì improvvisamente il 2 settembre del <strong>421</strong>. Fu una vera doccia fredda per Onorio, che si ritirò a Ravenna dove morì nel 423 lasciando così spazio agli usurpatori.<br />
Ecco perché il 421  – più a livello etico che pratico – divenne un anno simbolicamente importante per i veneti:<strong> la morte di Costanzo III fu il segno della debolezza di un impero su cui da allora non si dovette più contare</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><br />
FU DAVVERO PADOVA A FONDARE VENEZIA? QUANDO IL FUOCO “SCRIVE” LA STORIA.<br />
</strong>Ripicca. Questo il motivo per cui fu Padova a volersi prendere per prima il merito di tale fondazione. Ma procediamo con ordine.<br />
Secondo la leggenda, nel 421 un “regno” patavino inviò infatti tre consoli a Rialto a fondare la chiesa di S. Giacomo, meglio conosciuta dai veneziani come <em>San Giacométo</em> per</p>
<dl id="attachment_1360" class="wp-caption alignright" style="width: 160px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="https://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/chiesa-s-giacomo-apostolo-1.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1360" src="https://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2018/03/chiesa-s-giacomo-apostolo-1-150x150.jpg" alt="Chiesa di San Giacomo Apostolo" width="150" height="150" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Chiesa di San Giacomo Apostolo</dd>
</dl>
<p>differenziarla da San Giacomo dall’Orio. Perché lo avrebbero fatto? Ovviamente per fuggire dalle invasioni di cui prima abbiamo parlato. Non solo. Nel 452 molti altri padovani si sarebbero trasferiti qui sotto la minaccia unna per poi – stranamente – abbandonare tutto e ritornare in Padova nel 695. Quindi, secondo una bizzarra logica, tre consoli avrebbero fondato Venezia per popolarla e poi abbandonarla 170 anni più tardi.<br />
Nel 1801 spunta però un libro sulle memorie antiche – ecclesiastiche e profane – raccolto dall’arciprete di Pernumia (PD). A pagina 200 evoca un primo decreto che sarebbe stato eseguito a Padova nel 421 citando tre consoli: Publio Galieno di Fontana, Simeone dei Lanconi e Antonio di Calvo. Nel secondo se ne nominano altri tre: Alberto Falato, Tommaso Candiano e Geno Daulo. Nomi che però vengono ritenuti “spuri e favolosi” dallo stesso autore.<br />
Ma come si è potuta tramandare nei secoli questa leggenda?<br />
<strong>Pare che nel 1405 la conquista di Padova da parte di Venezia avesse creato frustrazioni non di poco conto</strong>. A partire da Jacopo Dondi, prima cittadino veneziano con incarico di prestigio a Chioggia, ma che poi ricoprì il ruolo di docente di medicina e astrologia medica all’università di Padova.<br />
Lui per primo aiutò a costruire questa leggenda come sorta di “riscatto morale” di Padova su Venezia. Guarda caso, un <em>casualissimo</em> incendio nel 1420 distrusse l’archivio in cui sembrava fossero presenti i documenti relativi alla fondazione. A rincarare la dose – nel 1446 – un altro medico padovano, Michele Savonarola, citò l’ormai “famosa” delibera nel suo “Libellus de magnificis ornamentis civitatis Padue”. Il colpo di grazia arrivò nel 1494, quando fu dato incarico al  segretario comunale Zuan Domenico Spazzarini di redigere una delibera secondo “leggenda-persa-nell’incendio” all’interno del “Libro di delibere del Consiglio”. Non potendo dimostrare qualcosa andato in fumo, per molti secoli questa storia fu presa per buona da moltissimi storici: “… perciò i padovani, temendo i  movimenti già avvenuti e quelli ancora in corso da parte dei Goti orientali [Ostrogoti] e  occidentali [Visigoti], nell’anno suddetto, cioè nel 421, il 16 marzo, deliberarono di erigere una  città che fungesse da porto e da rifugio nell’area  delle foci del Rivo alto [Brenta], come fecero  infatti, raccogliendo gente dalle isole del mare [lidi] e delle lagune, e vollero chiamarla Venezia, e, inviati tre consoli perché sovrintendessero per due anni all’impianto dei lavori, il 25 marzo fu gettata la prima pietra di fondazione circa a mezzogiorno”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>EUTINOPO IL GRECO E LA FAVOLA DI UN ALTRO INCENDIO ALL’ORIGINE DI SAN GIACOMO E DI VENEZIA. </strong><br />
In occasione di un vasto incendio che bruciò 24 case a Rialto, un architetto greco nonché fabbricatore di navi avrebbe fatto erigere <em>San Giacométo</em> come voto a Dio per evitare che tale incendio si propagasse a dismisura. Tale chiesa sarebbe stata poi consacrata non da uno ma da ben 4 vescovi: Severiano di Padova, Ambrogio di Altino, Giacomo di Trevigi e da Epone d’Opitergio.<br />
Peccato che nel 1097, sul terreno su cui sarebbe sorta tale chiesa, non se ne faccia menzione all’interno della donazione degli Orio.<br />
Un’ulteriore leggenda racconta che la casa di Eutinopo – unica a essere costruita in muratura a differenza delle altre in legno – si fosse salvata dall’incendio perché in essa vi aveva dimorato la regina di Padova, inviata lì dal marito e re Giannusio a Rialto.<br />
Gli autori di “Rialto”, Cessi e Alberti, nel 1934 non usano giri di parole: “torna quindi più verosimile ritardare fino alla seconda metà del secolo XII la costruzione, la cui povertà artistica fu nella storia compensata dalla luce di <strong>una leggenda, che ha creato una forse non meritata aureola di rinomanza</strong>”.<br />
Quindi la domanda sorge spontanea:</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>… MA ALLORA QUANDO NACQUE DI PRECISO LA CHIESA DI “SAN GIACOMETO”?<br />
</strong>Il primo documento che ne fa menzione è del <strong>1152</strong>, ossia in “Henricum Navigaiosum plebanum sancti Johannis et sancii Jacobi de Rivoalto” e la chiesa venne consacrata solo il 25 luglio del 1177 dipendendo – questo sì – nei primi tempi dal Vescovo di Padova. La sua aurea “miracolosa” però è legata soprattutto al vasto incendio che interessò Rialto nel 1514, scampando incredibilmente alla furia delle fiamme.<br />
Forse è proprio da questo postumo legame con <strong>Padova</strong> e con un <strong>incendio</strong> che la leggenda venne creata ad hoc negli anni a venire.</p>
<p><strong><br />
CONCLUSIONE<br />
</strong>Da quel famoso 421, dopo un trentennio di stallo, nel 452 circa cinquecentomila Unni guidati da Attila attraversarono le Alpi Giulie assediando Aquileia , distruggendola dopo tre anni di resistenza e uccidendo trentasettemila persone. Stessa sorte capitò a Opitergio, Giulia, Concordia, Altino, Padova, Ateste, Treviso, Verona e Brescia. Il litorale veneziano divenne quindi meta sempre più ricercata dai “profughi dall’entroterra” ed è in questo lungo cammino che Venezia nacque non tanto come città, ma come comunità che iniziava a darsi delle regole e che – nel 503 – si concretizzarono nell’assegnare il potere esecutivo ad un tribuno. Dal 574 il potere venne diviso dapprima fra 10, poi 12 e infine 7 tribuni che dovevano governare con un’assemblea popolare assistiti da un consiglio di 40 cittadini. L’istituzione di tribuni maggiori e tribuni minori a seconda dell’importanza strategica delle singole isole fu un ulteriore passo che diede però vita a rivalità interne. Nel 696 fu convocata un’assemblea generale nella campagna di Eraclea, eleggendo una presidenza composta da Cristoforo patriarca di Grado, Stefano Tiepolo, Orso Giustinian e Filippo Corelio. La presidenza abolì da subito il governo tribunizio in tutte le isole e nominò un’altra presidenza provvisoria che – nel 697 – portò poi alla nomina del primo Doge, Paoluccio Anafesto, alla ricerca di unione e concordia.<br />
Alla luce di quanto detto, <strong>non si può stabilire pertanto una data precisa della nascita di Venezia, in quanto la storia è un processo che si concatena in eventi causa-effetto</strong>. E’ l’essere umano ad assegnare a uno o all’altro evento una scala d’importanza, scegliendo per esclusione una data che confini umanamente il principio e la fine.<br />
L’umanizzazione della storia è la limitazione della stessa ma quello che è certo e che furono le lunghe invasioni a dare vita a quella forma di Venezia che, qualche secolo più tardi, sarebbe divenuta la Serenissima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Alberto Sanavia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE<br />
&#8211; Balbo Cesare, “Storia d’Italia”, Torino, 1830<br />
&#8211; Battistella Antonio, “Le Repubblica di Venezia nei suoi 11 secoli di storia”, Tipografia Carlo Ferrari, Venezia, 1821<br />
&#8211; Brusegan Marcello, “La grande guida dei monumenti di Venezia”, Newton &amp; Compton Editori, 2005<br />
&#8211; Cessi Roberto, “Documenti relativi alla storia di Venezia anteriore al Mille”, Gregoriana, 1942<br />
&#8211; Corner Flaminio, “Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia e di Torcello”, 1758<br />
&#8211; Distefano Giovanni, “Venezia secolo per secolo”, Supernova Edizioni, 2015, Venezia<br />
&#8211; Galibert Leone, “Storia della Repubblica di Venezia”, Tipografia Giachetti, Prato, 1847<br />
&#8211; Heinrich V. Sauerland, “Annales Veneti &#8211; Sec. XII”<br />
&#8211; Kretschmayr Heinrich, “Storia di Venezia &#8211; Volume I”<br />
&#8211; Lanfranchi, “Famiglia Zusto”, Venezia, 1955<br />
&#8211; Lazzarini Vittorio, “Il preteso documento della fondazione di Venezia e la cronaca del medico Jacopo Dondi”<br />
&#8211; “Liber partium Consilii magnificae Comunitatis Padue”, Museo Civico di Padova, 1494<br />
&#8211; Masseri Giovanni Pietro, “Memorie antiche ecclesiastiche e profane sulla città e diocesi di Padova”, 1801<br />
&#8211; Orsi Giuseppe Agostino e Becchetti F. Filippo Angelico, “Della Istoria ecclesiastica – Tomo III”, Roma, 1772<br />
&#8211; Paoletti Ermolao,  “Il fiore di Venezia, ossia, I quadri, monumenti, vedute e costumi veneziani Vol. 1”, Venezia, 1837<br />
&#8211; Romanin Samuele, “Storia documentata di Venezia”, Giusto Fuga Editore, Venezia, 1912<br />
&#8211; Tassini Giuseppe, “Curiosità veneziane”, Premiata tipografia Cecchini, Venezia, 1863<br />
&#8211; Zorzi Alvise, “La repubblica del Leone”, Bompiani, Milano, 2001 Fontana</p>
<p>IMMAGINI<br />
&#8211; <a href="http://www.in-venice.com/things-to-see/san-giacometto-church/">http://www.in-venice.com/things-to-see/san-giacometto-church/</a><br />
&#8211; <a href="http://www.inchiostrofresco.it/archeobrutium/2015/02/18/alarico-e-himmler-due-barbari-sanguinari-calabria/">http://www.inchiostrofresco.it/archeobrutium/2015/02/18/alarico-e-himmler-due-barbari-sanguinari-calabria/</a><br />
&#8211; <a href="http://www.veja.it/2015/04/26/storia-veneta-2-lirruzione-di-attila-i-veneti-si-riparano-nelle-isole-lagunari/">http://www.veja.it/2015/04/26/storia-veneta-2-lirruzione-di-attila-i-veneti-si-riparano-nelle-isole-lagunari/</a></p>
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		<title>L’amicizia e le follie di Galilei e Sagredo</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Aug 2019 14:41:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Galileo Galilei e Giovanni Francesco Sagredo: le burle ai Gesuiti, le notti brave in villa in Riviera del Brenta e il gesto dell’ombrello ai barcaroli. Quando storia e curiosità si mischiano, tra testimonianze e leggende&#8230;   Era il 24 agosto del 1609 quando  il pisano Galileo Galilei presentò al doge Leonardo Donà il suo cannocchiale,&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/amizia-follie-galilei-sagredo/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>Galileo Galilei e Giovanni Francesco Sagredo: le burle ai Gesuiti, le notti brave in villa in Riviera del Brenta e il gesto dell’ombrello ai barcaroli. Quando storia e curiosità si mischiano, tra testimonianze e leggende&#8230;</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em> </em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Era il <strong>24 agosto del 1609</strong> quando  il pisano <strong>Galileo Galilei</strong> presentò al doge Leonardo Donà il suo cannocchiale, sostenendone l’importanza a scopi bellici. Per quanto in molti lo credano ancora oggi, il “cannocchiale” non fu una sua invenzione, ma egli seppe sfruttarla a proprio vantaggio. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il 31 agosto di quello stesso anno lo storico padovano Lorenzo Pignoria scrisse infatti al prete, letterato e amico dello stesso Galilei, che “il signor Galileo ha buscato 1.000 fiorini in vita, col beneficio di un cannocchiale”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Anche in questo caso ci sarà lo zampino di un amico di Galilei: <strong>Giovanni Francesco Sagredo</strong>.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">E’ da qui che inizia la storia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>COME TI “RUBO” IL CANNOCCHIALE</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Wesel, Germania occidentale. Il 25 settembre del 1600 l’occhialaio Hans Lippershey – che sarà poi naturalizzato olandese – offre un rudimentale cannocchiale allo <em>Statolder</em> Maurizio d’Orange, luogotenente civile del sovrano d’Olanda. Dopo appena tre settimane anche tal Jacopo Adriaanson annuncia agli Stati Generali d’Olanda di averne costruito un altro. La notizia ben presto si diffonde valicando i confini e raggiungendo la Francia, tanto che nel mese di aprile del 1601 alcuni di questi rudimentali strumenti si possono già acquistare sulle bancarelle dei mercati parigini.<a style="color: #000000;" href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/08/galileo-galilei.jpg"><img class=" wp-image-1804 aligncenter" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/08/galileo-galilei-280x300.jpg" alt="galileo galilei" width="260" height="278" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il polesano <strong>Girolamo Magagnati</strong> si specializza nella fabbricazione di vetro (prima in Roma e poi a Venezia). Il veneziano Giovanni Francesco Sagredo è invece un nobile veneziano, filosofo ma costruttore di strumenti e anch’egli conoscitore della lavorazione del vetro: Galilei lo conosce al circolo intellettuale “ridotto Morosini” di Venezia e gli impartisce lezioni private. E’ così che nel 1602 Galileo Galilei si affida alla loro esperienza per la costruzione di vetri speciali, in quanto da diverso tempo è interessato alla rifrazione e allo studio dell’assetto cosmico.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Galileo Galilei è oppresso dai debiti e alla ricerca di denaro, così ritiene che da questo cannocchiale da lui assemblato “non tralasciando spese né fatica”, si possa ottenerne un guadagno. Grazie a queste lenti gli oggetti appaiono “trenta volte più vicini” rispetto al naturale e pertanto l’interesse ai fini militari può far gola alla Serenissima. Il 21 agosto una delegazione sale sul campanile di S. Marco per una dimostrazione. Il gruppo è composto tra l’altro dal procuratore di S. Marco Antonio Priuli (che sarà poi Doge dal 1618), l’ambasciatore Zaccaria Contarini, Lodovico Falier, Sebastiano Venier, Pietro Contarini, Lorenzo Soranzo, il dottor Ventura Cavalli e Zaccaria Sagredo (in quanto Giovanni Francesco in quel periodo è console ad Aleppo in Siria). </span><br />
<span style="color: #000000;"> La dimostrazione riscuote un grandissimo successo, tanto che <strong>Antonio Priuli</strong> scrive: “Salimmo a vederl me meraviglie et effetti singolari del cannocchiale di detto Galileo che era di banda (latta) fodrato al di fuori di rassa (rascia, tessuto di lana grezza) gottonata gremisina di longhezza tre quarti (palmi) e mezzo incirca et larghezza di uno scudo con due veri uno cavo e l’altro no per pearte, con il quale posto a un occhio e serrando l’altro ciasche d’uno di noi vide distintamente oltre Lizza-Fusina e Marghera, anco Chioza (Chioggia), Treviso et sino Conegliano et il campanile et cubble (cupole) con la facciata della chiesa di Santa Giustina de Padoa (Padova); si discernivano quelli che entravano et uscivano di chiesa di San Giacomo di Muran, si vedevano le persone a montar e di smontar de gondola al tragheto alla colona del principio del Rio de’ Verieri, con molti altri particolari nella laguna et nella città veramente ammirabili”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><br />
QUEL GALILEI HA FATTO UNA “COGLIONERIA”</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Galilei ha fatto bingo. Il Senato lo conferma a vita professore a Padova e gli raddoppia lo stipendio con 98 voti favorevoli, 11 contrari e 30 astenuti. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Vero o non vero, le polemiche e le invidie iniziano a gonfiarsi. Lo scienziato napoletano <strong>Giovan Battista della Porta</strong> (che dell’abbinamento tra lente concava e convessa già scrisse nel 1589), il 28 agosto di quello stesso anno comunica all’Accademia dei Lincei e al suo fondatore Federico Cesi (nonché duca di Acquasparta): “del secreto dell’occhiale l’ho visto ed è una coglioneria”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> L’ambasciatore toscano Giovanni Bartoli scrive a Firenze: “vien stimato ora che egli li abbia burlati quando diede per secreto quel cannocchiale… egli ha cercato di fare il fatto suo et gli è riuscito”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><br />
TRA BISOGNO DI SOLDI ED ESUBERANZE</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Per capire chi fosse Galileo Galilei, ci viene incontro Antonio Banfi. “Se v’è un tratto, invero, che esprime l’immediata radicale natura di Galileo, esso è la sua intensa vitalità, la ricchezza cioè dei suoi fermenti interiori e la forza esuberante d’espansione e d’attività che travolge in una potente reazione ogni evento che le si opponga. La robustezza fisica trionfante d’ogni fatica, la sensualità violenta e sana, senza morbidezza, la tempra salda vivace e gioconda, disposta al lavoro inflessibile e tenace, come al piacere abbandonato e al riso, sono gli aspetti immediati di questa esuberante vitalità”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> In questo suo ritratto, per quanto parziale o enfatizzato, la figura di Giovanni Francesco Sagredo trova giusto sposalizio.<a style="color: #000000;" href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/08/casa-galilei-padova.png"><img class="  wp-image-1809 aligncenter" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/08/casa-galilei-padova-300x176.png" alt="Casa di Galilei a Padova" width="303" height="178" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ottenuta la cattedra di geometria e astronomia all’Università di Padova nel 1592 (dove rimarrà fino al 1610), Galilei deve fare continuamente i conti con problemi finanziari e creditori che lo inseguono. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Amante della buona tavola, ma non solo: “furbo, talora ingenuo, sprezzante e litigioso, debole e avido di successo; pagherà in salute il bere smodato e le necessità di denaro lo condurranno talvolta all’esosità”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Una personalità intricata quindi, che però trova nel veneziano Sagredo un appiglio di amicizia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><br />
VILLA SAGREDO, LA NOSTRA DIGNITA’ PER UNA CANDELA!</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nata come “Castrum romano” occupato da un’antica popolazione nomade indoeuropea chiamata dei “Sarmati”, Villa Sagredo a Vigonovo, in Riviera del Brenta, fu anche antico forte militare. Inizialmente la potente famiglia veneziana proprietaria dell’edificio era quella dei Gritti. Quando la Serenissima ne decise la demolizione per eliminare i resti monumentali della civiltà romana dal proprio territorio, i Gritti giocarono sul tempo e affidarono all’illustre architetto <strong>Jacopo Sansovino</strong> l’opera di ristrutturazione e trasformazione della stessa in una villa sontuosa. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Passata poi in mano alla famiglia di origine dalmata dei Sagredo, con Giovanni Francesco divenne luogo di villeggiatura per la stessa. Nel Seicento la Riviera del Brenta offriva ai nobili veneziani pace ma soprattutto portava le loro azioni al di fuori dall’occhio attento e inquisitore della Serensissima. Spesso le Ville della Riviera divenivano così luoghi per il gioco, feste, ricevimenti o per… incontri extraconiugali. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Galilei, che per cinque giorni alla settimana lavorava con seria professionalità in quel di Padova, nel fine settimana si recava a Villa Sagredo, sedendosi sempre su quel divano che venne chiamato “el sofà del siensiato” (scienziato), rilassandosi e facendosi portare delle ciabatte di morbida pelle color cuoio che ora sono andate perdute.<a style="color: #000000;" href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/08/IMG_20190120_142405.jpg"><img class="  wp-image-1805 aligncenter" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/08/IMG_20190120_142405-225x300.jpg" alt="Viale d'ingresso di Villa Sagredo" width="259" height="345" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Tra allegre digressioni innaffiate da tazze ben piene di buon liquore fresco o vino generoso, Galilei si esibiva nel suono del liuto con grande maestria. Poco più che trentenne, una sera di luglio giunse a villa Sagredo un certo <strong>Pietro</strong>, conosciuto come il “<strong>poeta fallito</strong>” della Rivera. Sfruttando le sue altolocate conoscenze, era solito intrattenersi a pranzo o a cena e quella volta, alla presenza di Galilei, raccontò di due giovani dame che, in viaggio verso Trieste, erano alla ricerca di un luogo dove poter trascorrere la notte. Ovviamente i due acconsentirono e terminato il pasto il poeta se ne andò. </span><br />
<span style="color: #000000;"> A mezzanotte giunse una carrozza dalla quale scesero due donne alte e slanciate, cinte da un corpetto che proseguiva fino a coprire il collo e col volto nascosto da una veletta nera ricamata. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Sagredo e Galilei, dopo un reverenziale baciamano, le invitarono ad accomodarsi in due stanze separate all’interno della villa, accompagnate dalla servitù. Poco dopo, complice il buio pesto, i due le raggiunsero per trascorrere una notte d’amore. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Solo al mattino, con la luce che finalmente illuminò il volto delle due misteriose dame, Galilei e Sagredo si accorsero che erano due attempate anziane, col volto scavato dalle rughe. Galilei si rivestì in fretta per tornare a Padova. Che smacco: colui che tra i primi osservò stelle lontane non seppe riconoscere l’anziana compagna di una notte! </span><br />
<span style="color: #000000;"> Giovanni Francesco, anch’egli scosso, ordinò alla servitù di comprare decine e decine di candele che, da quel giorno in poi, avrebbero dovuto illuminare la villa in tutti i suoi angoli, anche di notte.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><br />
GIOVANNI FRANCESCO E GALILEO, I PRIMI “PENFRIEND”</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Da amici nella vita reale ad amici di penna. Ebbene sì. In anticipo rispetto alla modernità fatta di corrispondenza in tempo reale via internet, quello tra Giovanni Francesco e Galileo fu un rapporto che proseguì anche tramite una fitta corrispondenza tra i due a cavallo tra il 1599 e il 1619. Un’amicizia e una confidenza tali che portarono Galilei a rendere il Sagredo uno dei protagonisti del suo libro “<em>Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo</em>”.<a style="color: #000000;" href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/08/Giovanni_Francesco_Sagredo.jpg"><img class="  wp-image-1806 aligncenter" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/08/Giovanni_Francesco_Sagredo-271x300.jpg" alt="Giovanni Francesco Sagredo" width="233" height="258" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> <strong>Giovanni Francesco</strong>, figlio dello stimato patrizio Nicolò e di una Tiepolo, diventa un “idolo” per Galileo: confidente e informatore per le questioni più delicate ma anche compagno divertente e ammonitore. Quando Galilei farà ritorno a Firenze, Sagredo gli prometterà di scrivergli ogni settimana “perché ad ogni giorno io scopro essere in questo mondo tanto grande la carestia di uomini, che non mi pare perduta la fatica non dirò di scrivere, ma quasi di camminare da Venezia a Firenze per abboccarsi con uno che meriti veramente nome di uomo”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Di sette anni più giovane di Galilei, Sagredo si definisce “gentiluomo veneziano, né spesi mai nome di letterato; portai ben affetto e tenni sempre la protezione dei letterati, né intendo avvantaggiar le mie fortune, acquistarmi lodi e reputazione dalla fama della intelligenza della filosofia e matematica, ma piuttosto dalla integrità e buona amministrazione de’ magistrati, e nel Governo della Repubblica […]. Spendo il mio tempo in servire a Dio e alla patria, ed essendo libero dalle cure familiari, ne consumo buona parte nella conversazione, servizio e soddisfazione degli amici e tutto il resto le dedico alla comodità e gusti miei”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Iracondo nelle sue reazioni, soprattutto quando gli si faceva notare la sua propensione al bere e alla compagnia femminile, il Sagredo era uno dei pochi a potersi permettere di riprendere l’amico Galileo: “sebbene V.S. è savia e prudente, tuttavia, mi perdoni, se ha tanti disordini in pregiudizio della sua sanità, come potrei annoverarglieli e biasimarglieli senza che ella se ne risentisse?”. Tormentato anche dai dolori dovuti alle notti trascorse al freddo a seguire le sue osservazioni notturne, quando Sagredo lo invitò a farsi curare dai fanghi della vicina <strong>Abano</strong>, Galilei rispose spazientito: “Quando o per l’età o per li disordini, si perdono certi benefizi della natura, non può il medico provvedervi con l’arte”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Un rapporto di profonda amicizia, non senza conflitti o chiarimenti, che s’interromperà nel marzo del 1620, quando la morte di Giovanni Francesco  arriverà durante la scrittura del <em>Saggiatore</em>. Un lutto che lo colpirà particolarmente.</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="color: #000000;"> <strong>IL GALILEI CHE SI BURLA DEI GESUITI</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sotto le mentite spoglie di una nobildonna ricca e vedova, i due scrivono una serie di lettere pie ai <strong>Gesuiti</strong> <strong>ferraresi</strong>, nelle quali sollecitano risposte a dubbi, scrupoli e soprattutto consigli su come fare testamento. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Ovviamente, allettati da quest’ultima cosa, i reverendi padri ci cascano e per ben quattro mesi rispondono puntualmente. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Il gioco viene ripetuto con una lettera “circolare” firmata dallo stesso Sagredo e inviata a quanti si piccano di conoscere la matematica. Chiedendo umilmente lumi su un’equazione-tranello, li inducono a fare grossolani errori e a misurare le rispettive abilità nel calcolo.<a style="color: #000000;" href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/08/Processo-a-Galileo.jpg"><img class="  wp-image-1808 aligncenter" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/08/Processo-a-Galileo-300x191.jpg" alt="Processo a Galileo" width="295" height="188" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Non è forse poi così casuale la “simpatia” tra Venezia e Galilei, entrambi in “conflitto” con la Chiesa. Un episodio curioso riguarda proprio il doge Leonardo Donà (quello a cui Galilei presentò il cannocchiale): ancora nelle vesti di Procuratore, poco prima dell’elezione a  doge, ebbe un battibecco assurto a leggenda con il cardinale <strong>Camillo Borghese</strong> (il futuro papa Paolo V). “Se fossi papa scomunicherei i veneziani”, gli disse il cardinale. Donà rispose: “Se fossi doge, riderei della scomunica”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><br />
LAVORATORIII?! PRRR!</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">In anticipo secolare sulla scena felliniana del film <em>I Vitelloni</em>, nelle sue visite a Venezia, Galilei oltre al Sagredo spesso frequentava altri due buontemponi come il Magagnati (quello del cannocchiale) e lo scrittore marchigiano <strong>Traiano Boccalini</strong>. Proprio lo scrittore raccontò che “da un casino sopra il Canal Grande” erano soliti bere “spesso tazze ben piene di buon liquore freddo e spumante, anche per quei poveri barcaroli che vanno in su e in giù faticando e sudando sulle loro barche”. La combriccola, estasiata dall’inebriante leggerezza delle bevande, “salutava” così i barcaroli col poco nobile gesto della “carità”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Quello che noi chiamiamo “dell’ombrello”.<a style="color: #000000;" href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/08/Alberto_Sordi_I_vitelloni.jpg"><img class="  wp-image-1807 aligncenter" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/08/Alberto_Sordi_I_vitelloni-300x212.jpg" alt="Alberto Sordi ne I Vitelloni" width="260" height="183" /></a></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong><br />
VILLA SAGREDO E IL GIOCO DELL’ORACOLO</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel 1667 Giovanni Sagredo, brillante diplomatico e fine letterato compose l’ “Arcadia in Brenta”, operetta definita da molti il “Decameroncino della Riviera”. L’ozio e la villeggiatura dei nobili si legavano a intrighi amorosi. Per ovviare ad ogni imbarazzo si inventavano addirittura indovinelli, enigmi e questioni da risolvere sottoforma di giochi come quello denominato “dell’oracolo” che il Sagredo tramandò. Sotto ad una figura di Apollo si scrivevano domande in versi come questa: </span><br />
<span style="color: #000000;"> Prima che di moglie porti periglio </span><br />
<span style="color: #000000;"> Dall’oracolo prendi il buon consiglio. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Si proseguiva con un cavaliere travestito da oracolo che definiva la moglie: </span><br />
<span style="color: #000000;"> se bella – pericolo; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se deforme – tormento; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se ricca – insolente; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se povera – mendica; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se dotta – comanderà; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se ignorante – consumerà; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se giovane – dispendio; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se vecchia – impedimento. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Concludeva con il consiglio di cercare moglie “piccola” perché tra i mille mali si deve sempre scegliere i “minori”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Le donne, naturalmente, prendevano subito la rivincita e al proprio oracolo facevano con questi toni al dilemma di prendere marito: </span><br />
<span style="color: #000000;"> se giovane – vagabondo; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se di mezza età – geloso; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se vecchio – impotente; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se bello – di altre; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se brutto – schifoso; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se dotto – impertinente; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se ignorante – intrattabile; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se ricco – avaro; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se povero – affamato; </span><br />
<span style="color: #000000;"> se iracondo – tiranno. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Concludevano con la beffarda sentenza: “La donna che vuol marito, ed aver pace seco, lo prenda muto e  cieco”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Alberto Sanavia</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><u>BIBLIOGRAFIA: </u></p>
<p>-Banfi Antonio, “Vita di Galileo Gallilei”, Feltrinelli 1979<br />
-Bressanin Silvano, “Il romanzo della Riviera del Brenta”, Il Prato casa editrice, 2008<br />
-Distefano Giovanni, “Atlante storico della Serenissima”, Supernova Edizioni, 2010<br />
-Mazzetto Diego, “Racconti, leggende e curiosità della Riviera del Brenta”, Corbo e Fiore Editore, 2000<br />
-Scandaletti Paolo, Galileo privato, Gaspari Editore, 1989<br />
-www.villasagredo.it<br />
IMMAGINI:<br />
&#8211; <a href="https://images.app.goo.gl/utkEqc2qo9qCcH7y6">https://images.app.goo.gl/utkEqc2qo9qCcH7y6</a><br />
&#8211; <a href="https://images.app.goo.gl/iDcYxKAP1Zyzz9839">https://images.app.goo.gl/iDcYxKAP1Zyzz9839</a><br />
&#8211; <a href="https://images.app.goo.gl/7igQNKTeq3yAdZWX9">https://images.app.goo.gl/7igQNKTeq3yAdZWX9</a><br />
&#8211; <a href="https://images.app.goo.gl/KRH6RHYQwXM2S6279">https://images.app.goo.gl/KRH6RHYQwXM2S6279</a><br />
&#8211; <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Francesco_Sagredo#/media/File:Giovanni_Francesco_Sagredo.jpg">https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Francesco_Sagredo#/media/File:Giovanni_Francesco_Sagredo.jpg</a><br />
-La foto di Villa Sagredo è stata realizzata da Alberto Sanavia<br />
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