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	<title>Alberto Sanavia &#187; legno</title>
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		<title>Il rovere e Venezia: un legno fondante</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2023 23:01:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Il 4 gennaio 1588 è una data importante per Venezia. Non tanto per la nascita di qualche illustre personaggio che contribuì a glorificarne la storia, ma perché in quel giorno venne istituito il Provveditore al bosco del Montello[1], in provincia di Treviso. Sia questo “pubblico bosco”, che quello di Montona in Istria, erano per lo&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/il-rovere-e-venezia-un-legno-fondante/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;">Il <strong>4 gennaio</strong> 1588 è una data importante per Venezia. Non tanto per la nascita di qualche illustre personaggio che contribuì a glorificarne la storia, ma perché in quel giorno venne istituito il <strong>Provveditore al bosco</strong> del <strong>Montello</strong><a style="color: #000000;" href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, in provincia di Treviso.</span><br />
<span style="color: #000000;"> Sia questo “pubblico bosco”, che quello di <strong>Montona</strong> in <strong>Istria</strong>, erano per lo più ricchi di legno di <strong>rovere</strong>. All’epoca tali boschi dipendevano direttamente dal Consiglio dei Dieci mediante Provveditori da questo eletti, con la caratteristiche che essi dovevano essere residenti a Venezia. A loro era dato il compito d’ispezione nel territorio a cui erano destinati e, localmente, si trovavano organi minori (i Capitani).<br />
</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Per Venezia, l’importanza del legno di rovere è “<strong>fondante</strong>”. Mai parola fu più azzeccata.<br />
</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">La testimonianza scritta che ne spiega chiaramente le ragioni la si può trovare chiaramente nelle parole dell’editore d’origine friulana Giuseppe Maria Picotti, che giunse in Laguna per la prima volta nel 1775, inizialmente come assistente alle operazioni medico-chirurgiche presso gli ospedali della città: «Il rovere è il legno che noi conosciamo pel <strong>più resistente alla corrosione delle acque marine</strong>, e convenire dobbiamo che ov’esso venga seppellito nei fanghi ad uso di fondamenta, eterna quasi ne conserva la sua resistenza. Finché pur egli resti sempre coperto dalle acque, anche fuori dei fanghi, grandissima si ritrova la sua durata, ma qualora dividasi fra l’acqua e l’aria, nel punto di questa divisione <strong>viene corroso</strong>, cred’io, dagli opposti principi di questi due elementi, ed in pochi anni si rende affatto inservibile. L’esperienza l&#8217;abbiamo continuamente sott’occhio nei pali conficcati alle rive delle case opulenti, e questa non ci lascia punto dubitare»<a style="color: #000000;" href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.</span></p>
<p><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/montello.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2156" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/montello-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">La stessa chiesa di S. Marco «poggia sopra una robusta palafitta di olmi, posti sotto un doppio letto di assoni di quercia o di rovere, ai quali sovrastano cinque scaglioni d’una pietra grigia, detta pietra di <strong>Muggia</strong>»<a style="color: #000000;" href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Il 28 marzo 1590 la magistratura del bosco del Montello fu <strong>allargata a tre membri</strong>. Sempre il 4 gennaio &#8211; ma del 1601 &#8211; insieme al Camerlengo, due deputati del Consiglio dei Dieci furono incaricati di «far tutte quelle provisioni che stimerano necessarie» a proposito della Valle di Montona. Sarà nel 16 giugno del 1601 che anche per quest’ultimo verrà istituito un Provveditore, al quale ne sarà affiancato un secondo il 24 novembre 1611.</span></p>
<p><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/bosco-di-montona.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2155" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/bosco-di-montona-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">La <strong>duttilità</strong> del legno di rovere trova applicazione anche nella costruzione d’imbarcazioni: testimonianza è data dalla richiesta di Bastardelle (galee) e Maggeri di rovere da costruire sia in tempo di <strong>pace</strong> che di <strong>guerra<a style="color: #000000;" href="#_ftn4" name="_ftnref4"><strong>[4]</strong></a></strong>.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Altre aree di principale prelievo boschivo erano quelle di <strong>Somadida</strong> in Cadore, del <strong>Cansiglio</strong> vicino a Vittorio Veneto, di <strong>Cisiliaris</strong> in Friuli e di <strong>Ca’ Tron</strong> vicino ad Altino. Una volta tagliati, i tronchi venivano fatti discendere al mare flottando sui fiumi a cura degli <strong>zattieri</strong>, una categoria ormai scomparsa, ma che ancor oggi rimane nella memoria delle genti del luogo, e quindi stivati in arsenale secondo procedure e metodi molto precisi<a style="color: #000000;" href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Ed è proprio strettamente legato al rovere il nome da cui deriva la nota “<strong>Fondamenta</strong> delle <strong>Zattere</strong>” che segna il limite meridionale della città di Venezia: si tratta delle fondamenta di Dorsoduro, tra San Basilio e la Dogana. Furono realizzate tra il 1520 e il 1536, unificando dei tratti già esistenti. Sarebbe proprio in vicinanza di questa zona che nell’810 avrebbe avuto luogo lo scontro navale tra l’esercito franco agli ordini di Pipino d’Italia, figlio di Carlo Magno, e le truppe della nascente Repubblica di Venezia. A quelle fondamenta approdavano le zattere di legname provenienti dal Brenta e dal Piave, legname che poi era immagazzinato o lasciato in acqua a stagionare, proprio come il rovere<a style="color: #000000;" href="#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>.</span></p>
<p><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Zattere_Fondamenta_Zattere_allo_Spirito_Santo_Magazzini_del_Sale_Venezia.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2153" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Zattere_Fondamenta_Zattere_allo_Spirito_Santo_Magazzini_del_Sale_Venezia-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">Dalle imbarcazioni ai loro attracchi, «le sponde de’ canali dalla nuova Porta dell’Arsenale fino al Porto di Chioggia sono state corredate d’ambi i lati di fari, bricole, paline e pennelli, e furono impiegati 8.148 pali di rovere, muniti della necessaria ferramenta per poter compaginare tutto ad unità, e questi pali sono quelli che servono di mede o segnali, ed in pari guisa, al caso, di ritenuta agli stessi Vascelli»<a style="color: #000000;" href="#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">L’archivio intitolato ai “Provveditori sopra boschi” è eterogeneo ed è prevalentemente formato da materiale delle varie magistrature interessate già a partire dal 1116. Tale archivio quindi non è organico e parzialmente distribuito per territorio e per materia, a seconda degli uffici subentrati nella gestione dei boschi, specie con riguardo anche alle <strong>costruzioni navali</strong> dopo la caduta della Repubblica. Il Conservatorato (poi Ispettorato generale dei Boschi), sarà trasferito da Treviso a Venezia nel 1830, che ne effettuò il versamento nel 1867 insieme a quello di fondi ottocenteschi, ma con elenco a sé. Nell’Amministrazione forestale veneta sono presenti i catastici dei boschi che spettano al magistrato all’<strong>Arsenale</strong>, oltre a due serie di materiale poco ordinato, intitolate rispettivamente “Provveditori ai boschi” e “Provveditori sopra legne e boschi” con contenuti del tutto simili.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Non da ultimo, anche se in misura marginale perché utilizzato soprattutto dopo la fine della Repubblica, il rovere avrà largo utilizzo anche nell’<strong>affinazione</strong> del vino. «I requisiti che deve presentare il legname da far botti sono la <strong>compattezza</strong>, la <strong>elasticità</strong> e la <strong>uniformità</strong> delle fibre, l’assenza assoluta di nodi, tarli, o altri difetti che lasciano trasudare il vino, e la suscettibilità di durare per un tempo indefinito quando le botti siano mantenute in buone condizioni. Oltre di ciò, come risulta dalla esperienza dei paesi più avanzati nella Enologia, il vino deve potere acquistare dai principii estrattivi del legno stesso certe doti che in recipienti di altra materia inerte ed impermeabile è dimostrato che non guadagnerebbe mai. Tutti gli Enologi si trovano d’accordo su questo punto e danno unanimi la preferenza al legname di rovere come quello che riunisce tutti codesti requisiti»<a style="color: #000000;" href="#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>.</span></p>
<p><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Come-conservare-il-vino-in-botte-di-rovere.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2154" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2023/01/Come-conservare-il-vino-in-botte-di-rovere-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">Come ben ricorda Alessandro Marzo Magno, «Venezia non esisterebbe senza la montagna, senza il legno dei boschi alpini, istriani e dalmati, con un’interdipendenza tra mare e monti – e con l’utilizzo dei fiumi come arterie di trasporto – della quale si è persa la memoria»<a style="color: #000000;" href="#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Una memoria che rimane però racchiusa in quei legni di rovere delle fondamenta veneziane, che resistono ai secoli e che dovranno affrontare altri secoli, sempre più sommersi dall’acqua ma pronti a resistere. Duri i banchi.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><em>Alberto Sanavia</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8212;</p>
<p><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Archivio di Stato di Venezia, Tiepolo Maria Francesca, 1983</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Progetto per l’erezione di un gran ponte congiuntivo – Venezia colla terraferma, Giuseppe M. Picotti, 1830</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Guida artistica e storica di Venezia e delle isole circonvicine, 1881</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Navi da guerra costruite nell’Arsenale di Venezia dal 1664 al 1896, Cesare Augusto Levi, 1896</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Le armi di San Marco, Società italiana di storia militare, 2011</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Il grande libro dei quiz sulla storia di Venezia, Lara Pavanetto, 2021</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Prospetto delle conseguenze derivate alle Lagune di Venezia ai porti ed alle limitrofe provincie, dopo la diversione de&#8217;fiumi, analisi e sviluppo della dottrina, coll&#8217;applicazione al porto di Malamocco, Tomo I, Vol. 1, Antonio Luigi de Romano, 1815</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Dizionario metodico-alfabetico di viticoltura ed enologia, Giuseppe Cusumano, 1889</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a style="color: #000000;" href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Venezia, Alessandro Marzo Magno, 2022</span></p>
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		<title>Giovan Battista Viani, scultore ligneo “dimenticato”</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Apr 2019 19:09:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>“Il Vianino”: un ingegnoso artista che nella sola Padova ha ben quattro opere, tutte nella chiesa di “Babbo Natale” &#160; Viani, chi era costui? Per farvi comprendere le poche notizie certe su di lui, nella Biografia degli Artisti del 1840, il bellunese Filippo De Boni lo descrive come “cremonese, padre o fratello di Antonmaria”. Un&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/giovan-battista-viani-scultore-ligneo-dimenticato/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>“Il Vianino”: un ingegnoso artista che nella sola Padova ha ben quattro opere, tutte nella chiesa di “Babbo Natale”</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="attachment_1741" style="width: 161px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/04/san-bernardino-guarisce-un-re.jpg"><img class=" wp-image-1741" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/04/san-bernardino-guarisce-un-re-236x300.jpg" alt="San Bernardino guarisce un re" width="151" height="192" /></a><p class="wp-caption-text">San Bernardino guarisce un re</p></div>
<p><span style="color: #000000;">Viani, chi era costui? Per farvi comprendere le poche notizie certe su di lui, nella Biografia degli Artisti del 1840, il bellunese Filippo De Boni lo descrive come “cremonese, padre o fratello di Antonmaria”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Un po’ vaga come descrizione iniziale, non c’è che dire. </span><br />
<span style="color: #000000;"> A prescindere dal gradi di parentela (anche se fonti storiografiche datano al 1564 il suo anno di nascita), più fortuna ebbe Antonmaria, nato nel 1540, che però si dedicò soprattutto alla pittura. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Giovan Battista, detto anche “il Vianino” si dedica per lo più alla scultura in legno e lo storico dell’arte Leopoldo Cicognara dice così di lui: “fioriva nel secolo XVII ed attese all’arte della scultura, ove pose ogni suo ingegno, che però divenne in essa eccellente, come dalle sue opere chiaro si può vedere, fra le quali si annoverano il bellissimo ornato del Cristo Risorgente, alla chiesa di San Luca, e di un intaglio eccellentissimo ornamento intero dell’organo della stessa chiesa di San Luca, quale per la bontà del lavoro non si è mai posto a oro, come accadde pure delle due statue che vi sono, una di David, e l’altra di santa Cecilia, così bene scolpite da parer vive. Fece ancora le tre statue del presepio di N. S. in San Michele, e le due cantorie per la Cattedrale, per le quali ebbe 120 scudi in oro”.</span><span style="color: #000000;"><br />
</span><span style="color: #000000;">Decoro e arredo del Santuario della Beata Vergine Maria delle Grazie a Curtarone (MN) fu affidato proprio a lui e al collega Giulio Romano, ma quel che sembra renderlo differente rispetto ad altri della sua epoca, è l’esperienza maturata nei paesi del nord Europa. </span></p>
<div id="attachment_1742" style="width: 207px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/04/san-giovanni-nel-deserto-particolarejpg.jpg"><img class=" wp-image-1742" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/04/san-giovanni-nel-deserto-particolarejpg-300x200.jpg" alt="Particolare - San Giovanni del deserto" width="197" height="131" /></a><p class="wp-caption-text">Particolare &#8211; San Giovanni del deserto</p></div>
<p><span style="color: #000000;"> <strong>PADOVA</strong>. Un’esperienza che si tramuta in grande arte. Ed è qui che arrivano le quattro opere lignee: San Giovanni nel deserto, San Francesco con i segni delle Stigmate, la Bilocazione di Sant’Antonio e San Bernardino che guarisce un re. Queste quattro opere lignee si trovano nella chiesa di San Nicolò a Padova. Il nesso tra Padova e la città d’origine del Viani potrebbe passare per due famiglie: la Cavalcabò di Cremona e la Forzatè di Padova. E’ il Tiraboschi infatti a spiegare nel suo libro dedicato alla famiglia cremonese il legame tra queste due nobili famiglie: “sembra probabile che Giovanni Cavalcabò abbia emigrato in conseguenza dell’anzidetto rovesciamento di sua famiglia in Cremona, e siasi prima rifugiato in quella città presso i suddetti Signori, coi quali poteva avere delle relazioni di parentela o amicizia”. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Giordano e Marco Forzatè, guarda caso, sono proprio sepolti nella chiesa di San Nicolò, con il relativo “deposito” posizionato sulla destra rispetto all’ingresso della chiesa.<br />
</span></p>
<div id="attachment_1743" style="width: 167px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/04/bilocazione-di-s.-antonio-dettaglio.jpg"><img class=" wp-image-1743" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/04/bilocazione-di-s.-antonio-dettaglio-200x300.jpg" alt="Dettaglio - Bilocazione di S. Antonio" width="157" height="236" /></a><p class="wp-caption-text">Dettaglio &#8211; Bilocazione di S. Antonio</p></div>
<p><span style="color: #000000;"> <strong>BABBO NATALE, PRIMA DI BARI</strong>. San Nicolò, una delle chiese più nascoste ma più intime della città di Padova, fu costruita prima del 1.088 e inizialmente destinata ad ospitare le spoglie del greco San Nicola di Myra, che successivamente diventerà “famoso” come San Nicola di Bari. Pare che il Santo, prima di diventare vescovo, fece scivolare tre palle d’oro nell’abitazione di una nobile famiglia improvvisamente caduta in povertà: questo per evitare che il capo famiglia avviasse le figlie alla prostituzione. Quelle tre palle dorate che ora sono presenti nell’immagine iconografica del Santo e che solo il tempo e la pubblicità (vedi il “Santa Claus” della Coca Cola) hanno trasformato il Santo nella versione ‘pagana’ oggi conosciuta come Babbo Natale. </span><br />
<span style="color: #000000;"><br />
<strong>LE OPERE DEL VIANI</strong>. Chiusa la parentesi curiosa sulla prima chiesa al mondo dedicata al futuro Babbo Natale, le opere lignee del Viviani si possono ammirare in tutta tranquillità e nella loro maestria di volumi e profondità. Tutte si presentano come opere composte da più strisce verticali od orizzontali (da 4 a 6). Opere che si possono osservare “naso a naso” e nelle quali le scheggiature del tempo evidenziano la straordinaria abilità nell’intaglio del legno, in ogni minimo particolare. Un “ingengo” che il tempo ha cancellato ma che solo i visitatori possono ancora ammirare. Per dare ancora vita a opere che sono vive, oggi più che mai.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Alberto Sanavia</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">BIBLIOGRAFIA</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>&#8211;</strong>De Boni Filippo – “Emporeo biografico metodico, ovvero Biografia degli Artisti”</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>&#8211;</strong>Rinocchietti Demetrio Carlo &#8211; “Scultura e tarsia in legno dagli antichi tempi ad oggi”</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>&#8211;</strong>Panni Anton Maria – “Notizie storiche de’ pittori, scultori ed architetti cremonesi”</span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>&#8211;</strong>Tiraboschi Giovanni Carlo – “La Famiglia Cavalcabo ossia Notizie storiche intorno alla medesima”<strong><br />
</strong>-Tellaroli Paola – “Misteri e storie insolite di Padova”</span><br />
<span style="color: #000000;"> -www.comune.curtatone.mn.it </span><br />
<span style="color: #000000;"> <strong>&#8211;</strong>www.sannicolo.padova.it</span></p>
<p>Foto di Alberto Sanavia</p>
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		<title>La storia del Ponte della Libertà che trasformò Venezia in penisola</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Feb 2019 13:24:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Che lo si chiami “Gran Ponte sulla veneta Laguna”, “Ponte Littorio” o “Ponte della Libertà”, esso ha cambiato vita a Venezia e ai veneziani. A 172 anni dalla sua inaugurazione, il vento è divenuto complice del suo provvisorio “isolamento” &#160; Che andiate in auto, in treno, con i mezzi pubblici o in bicicletta, il primo&#160;<a href="https://www.albertosanavia.com/la-storia-del-ponte-della-liberta-che-trasformo-venezia-in-penisola/" class="read-more">Continue Reading</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #000000;"><em>Che lo si chiami “Gran Ponte sulla veneta Laguna”, “Ponte Littorio” o “Ponte della Libertà”, esso ha cambiato vita a Venezia e ai veneziani. A 172 anni dalla sua inaugurazione, il vento è divenuto complice del suo provvisorio “isolamento”</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Che andiate in auto, in treno, con i mezzi pubblici o in bicicletta, il primo approccio con Venezia passa attraverso un ponte. Come un’insolita anguilla della terraferma che prova a morderla invidiosa, il <strong>Ponte della Libertà</strong> è l’anticamera dell’ingresso nella città senza tempo. Alla stregua di Caronte, questi attuali 3.850 metri traghettano i visitatori verso un’esperienza unica nel suo genere. Vi accorgerete che Venezia nasconde sempre qualcosa, vi dona un’immagine che ne cela altre. Racconta storie e bugie, come una donna affascinante che stringe la mano al proprio uomo strizzando l’occhio ad un passante. Vi accorgerete che Venezia svelerà segreti, abbatterà certezze, rinnoverà la vostra conoscenza con un pizzico di magia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>MUSSOLINI? NON ERA ANCORA NATO<br />
</strong>Ecco che la prima bugia – seppur veniale – transita già su questo ponte, anzi, doppio ponte. In molti sostengono che il Ponte della Libertà fu fatto costruire da Benito Mussolini. Anzitutto non si chiamava Ponte della Libertà ma “<strong>Gran Ponte sulla veneta laguna</strong>” e fu edificato (in prima realizzazione), 42 anni prima della nascita del dittatore italiano. </span><br />
<span style="color: #000000;"> La prova arriva dal libro di <strong>Giovanni Gerlin</strong> – oggi conservato nella Osterreichische Nationalbibliothek – dato alle stampe dalla tipografia veneziana di Giovanni Cecchini. L’impero asburgico sotto la guida di Ferdinando I d’Austria, che tanto aveva tolto e dato al popolo veneziano, citando il Gerlin “il <strong>27 novembre 1840</strong> concedette ad una società lombardo-veneta l’erezione di questo ponte che lungo 3.600 metri e di archi 222 costò sei milioni di lire correnti”. Presumibilmente, all’epoca, tale opera non fu vista subito con positività dai veneziani (soprattutto dai barcaioli), tanto che lo stesso Gerlin nella sua prefazione precisò che “noi faremo riflettere che da un aumentato e più vivo movimento di passeggeri e di oggetti fino a Venezia, consegue un più animato movimento nell’interno di essa”.  La direzione dei lavori fu affidata all’ingegner <strong>Andrea Noale</strong> e oltre 1000 uomini al giorno presero parte all’opera, piantando complessivamente in acqua 80 mila pali di larice per le fondazioni e utilizzando 21 milioni di mattoni cotti. Il Gran Ponte venne inaugurato domenica <strong>11 gennaio 1846</strong> ma aperto al pubblico da mercoledì 14 gennaio dello stesso anno, divenendo così il ponte più lungo del mondo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>LA RINASCITA<br />
</strong>Nel 1931, il bresciano <strong>Eugenio Miozzi</strong> vinse il concorso pubblico per titoli di Ingegnere della direzione lavori e servizi pubblici del Comune di Venezia. La sua rivoluzione urbanistica – un po’ come avvenne un secolo prima sotto il controllo austriaco – servì a ridare slancio alla città. Non è un caso che il <strong>15 ottobre del  1973</strong> il consiglio comunale gli assegnò il titolo di Capo emerito del Comune di Venezia come “novatore e restauratore di vecchi sistemi”. Oltre a progettare e sostituire i due ponti in ferro sul Canal Grande, fece erigere in legno provvisorio il <em>ponte dell’Accademia</em> e il <em>ponte degli Scalzi</em> (in pietra e inaugurato il 28 ottobre 1934). Miozzi non fece altro che riprendere in mano il progetto del suo collega <strong>Vittorio Umberto Fantucci</strong> (in un turbolento rapporto di amore e conflitto con il Governo del tempo). Il <strong>25 aprile del 1933</strong> il Gran Ponte venne affiancato dalla nuova opera, che permise l’accesso a Venezia con le automobili. Inaugurato dai principi di Piemonte Umberto e Maria Josè, prese così il nome di <strong>Ponte Littorio</strong> dato che quel giorno a presenziare vi fu anche il prima citato Benito Mussolini. Un nome (il secondo) che durò fino alla caduta del fascismo, venendo poi mutato in Ponte della Libertà, che mantiene ancora oggi. Negli anni ’70 e ’80 furono aumentate – non senza difficoltà – le linee ferroviarie e ad oggi si presenta come un ponte formato da due carreggiate separate con due corsie per senso di marcia (ora è presente anche una linea per il tram). I binari ferroviari sono quattro e vi è un lungo marciapiede con pista ciclabile a completamento dello stesso. </span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="color: #000000;"><strong>IL VENTO CHE VUOLE ISOLARE VENEZIA<br />
<a href="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/02/Venise_Aero_Pont_de_la_Liberté.jpg"><img class="alignright  wp-image-1673" src="http://www.albertosanavia.com/wp-content/uploads/2019/02/Venise_Aero_Pont_de_la_Liberté-300x171.jpg" alt="Ponte della Libertà Venezia" width="211" height="120" /></a></strong>La pista ciclabile, a seguito della giornata di maltempo verificatasi l’<strong>11 giugno 2016</strong>, fu divelta dal vento in quanto la passerella in legno era semplicemente poggiata sulla struttura, ma senza essere assicurata alla stessa. Chissà cosa avrebbe commentato il Gerlin.. </span><br />
<span style="color: #000000;"> Non solo. A poco più di 172 anni dalla sua inaugurazione – ed esattamente il <strong>25 febbraio 2018</strong> – un grosso palo in acciaio cadde rovinosamente a terra all’altezza del pilone 70, sempre a causa delle forti raffiche di vento. Per più di 8 ore la circolazione fu bloccata in entrambi i sensi di marcia, riportando per brevissimo tempo Venezia alle sue origini di “isola”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>LA PIETRA, CHE MODERNITA’…<br />
</strong>A proposito di ponti… bisogna scomodare il filologo e storico <strong>Giovanni Battista Gallicciolli</strong> per capire che inizialmente i ponti di Venezia erano in <strong>legno</strong>. Realizzati in modo semplice &#8211; cioè piani &#8211; perché appoggiati sopra pali di sostegno, al massimo potevano essere appena un poco arcuati. Di sicuro non avevano gradini, in modo da poter essere cavalcati liberamente (può sembrare strano ma i cavalli a Venezia una volta c’erano, eccome). Il primo ponte in pietra pare che nacque ufficialmente il <strong>10 giugno del 1337</strong> in quanto venne citato nel libro <em>Philipicus</em> come “S. Barnabae pons lapideus struitur”. Per costume, i ponti dovevano essere realizzati e curati dai residenti dei sestieri, che facevano capo ai Capi di Contrada. Tra pubblici e privati, oggi a Venezia si contano 435 ponti.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>Alberto Sanavia</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em> </em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em>&#8212;<br />
NOTE<br />
&#8211; Copertina: disegno del Gran ponte sulla veneta laguna del 1846<br />
&#8211; Photo By Didier Descouens (Own work) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], via Wikimedia Commons &#8211; </em>https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3AVenise_Aero_Pont_de_la_Libert%C3%A9.jpg </span></p>
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