Ciao Andrea

Ciao Andrea,

mai e poi mai avrei pensato di mettermi qui a scrivere queste parole. Ci hai presi tutti in fuorigioco o, utilizzando un’immagine del volley, è come se tu avessi fatto pallonetto al muro, lasciando cadere la palla in mezzo al campo, dove nessuno si aspettava che questa finisse.
Quella sfera è andata in mille pezzi, come i nostri cuori. Ora non ci resta che raccogliere ogni singolo frammento, perché equivale a singoli episodi preziosi che ci raccontano chi eri, anzi, chi sei.
Una persona buona, un giornalista impeccabile, un marito e un padre tenero, un amico sincero. Vedi? Lo sai qual è stata la tua magia? Quella di lasciare in ognuno di noi ricordi positivi. È un pregio di cui pochi possono vantarsi. Ma l’ego non era cosa tua, perché era il lavoro, la vita di tutti i giorni, a dimostrare agli altri la tua incredibile straordinarietà.
Ricordo quando ti conobbi la prima volta, in sala stampa allo stadio. Ero ancora minorenne e ti avvicinasti per chiedermi a quale testata appartenessi. Poche parole, un sorriso e un “grande, in bocca al lupo allora!”. Da quel giorno mi salutasti sempre così, con: “grande Albert”. E l’hai continuato a fare anche quando i nostri capelli hanno iniziato a farsi bianchi.
Quando abbiamo cominciato a collaborare insieme, non c’era bisogno di spiegarti nulla. La tua vasta esperienza e capacità ti permetteva di realizzare  dei servizi perfetti. Io semplicemente ti scrivevo “top, come sempre”. Te lo scrissi pure via messaggio in occasione di uno degli ultimi video da te realizzati, anche se le nostre strade professionali si erano divise. Eri e sei un maestro, perché ora saranno quei piccoli dettagli a farci assaporare quanto tu fossi unico. A testimoniarlo a tuo figlio, che ne deve essere orgoglioso.
In questo sproloquio d’elogi che tu non amavi, un appunto però te lo voglio fare. Una volta sola mi hai fatto arrabbiare. Una maledetta volta. E quella volta è oggi, perché te ne sei andato senza che mi dessi il tempo di dirti che ti voglio bene.
Quindi te lo dico ora. Ti voglio bene.
Ciao, “grande Andre”.

Alberto